come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Una pioggia d'amore

Sale le scale chiedendosi, fradicia, se è mai stata così innamorata da dimenticare la pioggia.
Sa bene di essere stata abbastanza disperata da dimenticare anche la grandine, da desiderarla. Ma questa sera ha bisogno di una storia d'amore.

Certo che è stata così innamorata da non accorgersi della pioggia. Era il secondo temporale della stagione. Lo ricorda bene, perché il primo fu quando capì di  appartenergli. Quella volta si era messa a correre, aveva raggiunto il cornicione con il fiatone che si faceva spazio tra i denti aperti nel riso e salendo le scale aveva pensato a lui.
Anche se amava un altro, quella sera, espresse il desiderio di fare l'amore con lui almeno una volta. Poi si addormentò con un bacio a suo marito che respirava senza dare disturbo.

Così inziò. A primavera i temporali si susseguono con pause brevi e luminose. Passavano le giornate nascosti nella piccola casa di lui, parlando e mangiando. Facendo l'amore con un tocco leggero che non avevano mai provato. Erano i giorni di sole.
La pioggia invece  batteva forte quel secondo giorno di temporale; la cassiera al supermercato li aveva guardati e, sorridendo, aveva augurato loro una buona serata. Aveva lo sguardo di chi capisce, un po' invidia e sa bene che, tanto, poi, finirà anche per te.

Le borse della spesa sul marciapiede, iniziarono a baciarsi forte sotte l'ombrello. Qualcosa diceva loro che non potevano aspettare di entrare in casa, dovevano mangiarsi nel temporale. L'ombrello cadde quasi subito; pensava "che bello", pensava è tutto e ora e non me ne importa. Sentiva le gocce sulla schiena o erano, forse, solo, le sue mani. Poi lui le accarezzò la fronte, raccolse l'ombrello: "Ti stai bagnando tutta". "Anche tu". "Non fa niente". "Saliamo".

Decide per un bagno caldo, continua il ricordo. Era ancora primavera quando lui le disse "Vattene". Un maggio che iniziava a farsi umido del caldo che si appiccica all'asfalto. Le han sempre detto che il caldo sale. Quel giorno non si staccava dalle caviglie.
Ma era ancora primavera e lui non la voleva più. Confessò passeggiando, calma e docile, la passione che aveva consumato la sua pancia, che l'aveva portata via da lui. Lo amava ancora, certo. Come non amare i suoi grandi occhi fissi? Le ripeteva con Neruda mentre le foglie le facevano solletico tra i capelli. 

Guidava forte sulla tangenziale, aveva paura di perdersi seguendo il solito percorso, quello che faceva lui verso il mercato ortofrutticolo. Ma non sapeva dove andare. Non si possono amare due uomini, si diceva: "Non puoi volerli entrambi". Le aveva detto: "Lascialo". Gli aveva detto: "Non lasciarmi". Aveva rispsto "Vattene". E così tornava da lui, nella sua piccola casa nascosta alla pioggia. 

La aspettava guardando la tv. In boxer e polo blu. Durante la notte, la loro prima notte insieme, lei si svegliò di colpo e lo vide accanto a lei. Respirava forte, lui. Non voleva svegliarlo, ma non poteva sopportarlo. Prese un taxi nella notte. La stellata era fresca e il tassista ciarliero. Salì in casa. Suo marito non aveva ancora cambiato le chiavi, ma non servì: la porta era aperta e lui dormiva respirando piano. Rimase tutta la notte a guardarlo, finendo il whisky che avava lasciato sul comodino.

Non si possono amare due uomini, si ripete mettendo il pigiama. Ma stanotte ha voglia di sognare, pensa, mentre lui le porta una tisana calda e le dice "Ti regalerò un nuovo ombrello da borsetta, ma dovrai iniziare a usarlo. Promesso?".

I tempi del percloro

Questo racconto è per M, che mi ha ispirato l'incipit anche se poi qui è andata a finire in modo molto diverso. Ma è anche un po' per S, che mi ha insegnato l'ottanio e lasciato il resto di un sacco di Merit Blu. E per C, che chissà se tra un bigné e un blinis ha scoperto qui la ricetta della mia felicità.  
 
 
Nel corso di un'infanzia spesa in un lavasecco si imparano molte cose, anche le metafore. Così ho imparato a immaginare.

All'inizio è stata favola. Gli sbuffi di vapore a nascondere di nebbia il verso reale delle cose. Come quando giri i pantaloni scuri per non segnarli di lucido, come quando rovesci le tasche e trovi tesori inaspettati: una caramella che, certo, non puoi mangiare, ma porta sulla carta un po' sbiadita il nome di un hotel lontano e di gran lusso. E devi spiegartelo, poi, come il signor Alfonso, settantadue anni e spatentato, sia riuscito a rubare una caramella all'Hotel Ritz di Singapore. "Non serve la macchina per andare a Singapore? Dove si trova Singapore? Guarda la mappa, gira il mappamondo, lo vedi, laggiù, il signor Alfonso che ordina un pastis?".

Ma le favole stancano e la vita bussa. Succede più o meno quando apprendi dell'esistenza del color ottanio. Se il tuo occhio è così allenato da distinguere l'ottanio dal petrolio delle camicette di seta della signora Wanda, l'innocenza, cara mia, è perduta. Le sigle di numeri delle medagliette sono solo cifre giustapposte per non confondere il Moncler della signorina Anna da quello della maestra Jolanda, una macchia di sugo non è più una porta per l'ingresso sull'Orient Express. E sei pronta, a otto anni, per ascoltare crisi coniugali, dispetti tra fratelli, storie di famiglie decadute e che fine ha fatto quel cugino che stava con Autonomia Operaia.

Ma tra un giro di rotor cabinet e un volo in lavatrice che proprio quella macchia non ne vuol sapere, ti perdi quel che perdi e inizi a credere che la vita non si fermi lì alle stoffe addormentate nella lucegiallognola. Se nelle tasche non trovi sogni, inizi a trovare interpretazioni. E comprendi che, in fondo, ogni momento della vita passa in un lavasecco, ogni stoffa, foggia, misura è lì in quel guazzabuglio a significare qualcosa che è molto di più.
 
E con le donne che entrano, i bambini che scappano, i cani che bisticciano e non si capisce cosa ci facciano, qui, questi cani, provi a frugare nel risvolto delle cose, come in quello di quei pantaloni palazzo cuciti un po' male. E qualcosa devi trovare, perché hai otto anni e sai esattamente quale tono di verde si può chiamare ottanio e non hai certo intenzione di fermarti qui. (Tbc... Per il seguito oliveneimartini@leonardo.it  )
 
 

LOVE WILL TEAR US APART. AGAIN.

Intro

Il 18 maggio 1980 muore il cantante dei Joy Division. È un suicidio, Ian ha 23 anni. Lascia moglie, Debbie, una figlia e un’amante.

 

“Nat, lascia in pace quel cane. Nat, vieni, su”.

La bambina ha circa sei anni. Gli occhi di suo padre, i capelli della mamma, ma lisci. Nathalie è una bambina serena, alla fine di agosto inizierà la scuola, ma per ora non si fa troppe domande: guarda il mondo, gioca con i suoi colori e i suoi versi. Debbie pensa che, grazie a dio, questo è un buon segno. Troppa introspezione è un rischio. Troppa solitudine un danno.  Non pensa troppo, continua il cruciverba. Aspettano David, passerà a prenderle per portarle a mangiare un hamburger e poi casa, nanna. Un buon segno.

“Hai una bambina molto bella”.

La sconosciuta ha una sciarpa viola. Il suo colore preferito. I capelli lunghi, un po’ troppo per essere alla moda. Un cappellino, un basco, colorato. È giugno, ma sente freddo e sotto porta solo un vestito di mussola ed una maglietta presa un paio di anni prima durante una vacanza a New York.

“Oh, sì, è adorabile”.

“Vedo che le piacciono gli animali”.

“Sì, vorrebbe un cane, ma sa, gli animali hanno bisogno di cure e lei è ancora piccola”.

Debbie non si volta. La sconosciuta non ha un accento del posto, ma non saprebbe dire di dove sia, anche se le vocali appena accennate e una tonalità che cresce sempre alla fine della frase le ricordano qualcosa. Continua a tenere d’occhio Nat, mentre la sconosciuta le si siede di fianco.

“Inizierà la scuola quest’anno, vero?”.

“Sì. Andrà alla Saint Marie, è vicina a casa ed è una scuola piuttosto buona, ma quando sarà più grande vorrei che andasse a Manchester. O a Londra, chissà”.

Osserva solo un po’ i ricami del vestito leggero, e la sciarpa di cotone che le ricade sulle cosce. Appoggiata, una borsa di cuoio, sembra costosa: strana donna.  Deve essere nuova, pensa Debbie, forse la moglie di uno di quei dirigenti assunti da poco alla Carson.

“Lei è nuova di qui?”.

“Di passaggio”.

NB: Questo è un incipit. Se vuoi leggere il resto, scrivimi una mail! oliveneimartini@leonardo.it 

Un'altra storia di Minù

...questa seconda parte della storia di Minù è dedicata a una persona. Lei sa perchè :-)

Minù ha trovato il suo posto. Su una spiaggia di dune grosse. Legge libri e scrive favole con un legnetto sulla sabbia.
Quando l'acqua arriva e porta via le sue storie, pensa ai pesci che verranno accarezzati dai suoi principi e dalle fate.
A volte si ferma a parlare con Babà, alto e scuro, poche frasi in francese. Ricorda sempre la parola oublier e le sembra divertente. Per il resto non ascolta nessuno. I pochi bagnanti non la turbano: lontani e immobili, sono solo sagome nel suo teatro di sogni di carta e sabbia.
Ma un giorno, mentre ritocca la punteggiatura con un ramoscello sottile, un'ombra si scurisce sulla spiaggia.
"Io toglierei quell'aggettivo. Però sei brava, eh". Minù lo guarda senza parlare: l'ombra è l'abito di un giovane uomo dal sorriso indulgente e gli occhi che scrutano.
"E ora usa questi". Sono passati tre giorni e il giovane uomo le porge un taccuino e una matita. Minù scappa, ma quando torna, la mattina seguente, la aspetta ancora al suo posto. Il taccuino è scritto fitto per metà e, tra le gocce d'acqua salata, Minù ritrova le sue storie perse tra le onde.
Da quel giorno abbandona la sabbia e torna a parlare la sua lingua e a stringere le mani. A volte abbiamo solo bisogno di un abbraccio e uno strumento.

Il primo temporale d'estate

L'acqua, finalmente. Le gocce rimbalzano sul cemento del cortile secco e polveroso, alzando quell'odore di terra nuova e spazzatura.
Sulla soglia del terrazzo ascolto il ritmo delle gocce più grosse che battono sulla lamiera, mentre quelle più leggere, trasportate dalle raffiche di vento, strisciano sui muri come violini di pioggia.
Un bambino urla. Al basso e agli archi si aggiunge un oboe che insinua la sua melodia attraverso le tubature. Un uomo grida "E' un tornado".
Forse è vero e tu ti affretti a chiudere la finestra della cucina e, cingendomi la vita, mi allontani dalla porta. Abbassi le tapparelle baciandomi la fronte bagnata dalle gocce più violente.
Non riesco a stare tranquilla a letto. Nonostante i tuoi baci, di cui presto mi sazio. Il primo temporale della stagione entra violento nella nostra vita come il primo viaggio insieme, quando nel mare in tempesta hai cercato i miei occhi o quando, toccata terra, mi sono rifugiata tra le tue costole, nelle pieghe della maglietta bagnata. Così raccolgo l'album con le mie foto, le nostre. Seduta sulle lenzuola di lino frugo con gli occhi tra i templi e le foreste, cercando il momento preciso, subito dopo quella parola con cui ti sei svelato, in cui il nostro amore è esploso come la nube d'acqua del monsone che arriva improvvisa e forte, ma soffice. Accarezzo la superficie liscia della foto e tu non smetti di accarezzarmi i capelli.
I tuoni tacciono, le gocce di alcuni temporali non smettono di bagnarci per anni.

Il sogno di Contador

All'arrivo la gente è tutta una festa.
Uso la maglia come pezzuola e mi asciugo la fronte. Lui è ancora giù, lungo il pendio, insieme al gruppo.
Tifo per lui. In cuor mio.
L'amicizia è una cosa importante. Un mio amico. Il mio vero amico.
Eppure so che non mi raggiungerà. Le maglie che vedo arrampicarsi su per la salita hanno colori sbiaditi. Le ruote, più lente, solcano una strada polverosa e più stretta di quella che ho accarezzato poco fa. Anche i vestiti degli spettatori, nei toni diversi del grigio, appaiono di una foggia antiquata.
Lo sento vicino, ma so che non mi raggiungerà. Salgo sulla macchina per parlare con un giornalista.
Solo sogno. Vincerà, ma io resto il nulla per il mio Coppi in lontananza.

CI SONO COSE CHE VAN DETTE DI LATO

Ho scelto il parco, perchè non avrei potuto dirgli quello che sto per dire, così, al tavolo di un caffé o davanti a una pizza. Ci sono cose che vanno dette senza guardarsi in faccia. Così, di lato. Mi sento parlare, non proprio del più o del meno. (...)

---
Dopo un po' di tempo, torno con un nuovo incipit. Qui, dietro l'angolo, c'è davvero un racconto. Chi vuole vedere la fine: oliveneimartini@leonardo.it

La storia di Minù

Minù ha smesso di vivere nel sotterraneo. Minù ci giocava là sotto. Era divertente, con le luci gialle che davano a tutti i passeggeri dei vagoni un'aria stanca e un po' malata.
Minù si divertiva a scovare vite, capire sentimenti. Con i suoi occhi vivaci, a volte, metteva zizzania tra le coppie meno distratte. Rincorreva i ragazzi più carini e li stupiva con una linguaccia. Oppure si sedeva sulle scale a indovinare il nome delle persone dal colore delle scarpe.
Ma un giorno un signore con una borsa a tracolla e un giornale l'ha fatta uscire.
Così Minù è salita su anche per le ultime scale: rincorrendo quell'uomo che per la prima volta non è riuscita a capire.
Quando l'ha raggiunto ha visto i suoi occhi grigi sorriderle tra le rughe e nella tracolla c'era il sole con la sua luce gialla che dava a tutto il mondo un'aria forte e spensierata.

IL BOLLITORE

Sento ancora l'acqua bollire. Quando sei partito per la montagna, il bollitore era stato appena messo sul fuoco. E' passato qualche anno e ora sto bevendo il mio tè guardando fuori dalla finestra.
Sei morto da solo. E ora la storia di questo ragazzo, qui sul giornale, continua a parlarmi di te.
Parlano di un mostro, quello che ha preso lui è lo stesso che ha preso te.

 Per andare avanti oliveneimartini@leonardo.it

ASPETTANDO CHE TU ARRIVI

Il cristallo della doccia si ricopre di gocce d’acqua calda. Mi fa impazzire il vapore che si condensa piano e non lascia intravedere i contorni del mondo là fuori. Così l’immaginazione può iniziare a scorrere come le gocce sulla pelle. Che mi pungono, calde, e mi solcano tutto il corpo regalandomi una forza e un desiderio nuovi.

Comincio il rito serale: l’accappatoio blu, il chianti, Coltrane. Accendo le candele e nella penombra aspetto che lei arrivi.

 

Provo a ricordare come era vestita questa mattina: il completo grigio di una giornata in ufficio, la camicia bianca. E rivedo la sua pelle sottile, bianca, tra l’orecchio e la nuca: è appena solcata da un ciuffo nero sfuggito al fermaglio.

 

(...)

 

per continuare oliveneimartini@leonardo.it

RIVEDERTI IN DUOMO

“Forse non dovresti fare questa fatica nelle tue condizioni”.
“Le mie condizioni sono ottime”.
“Se lo dici tu”.

Continua a salire lenta, senza perdere il ritmo di un respiro e ricomincia: “Piuttosto tu, l’hai scampata bella stavolta. Sei sicuro di sentirti bene?”.

“E’ la cosa più stupida che fa male di più. La cicatrice della flebo al braccio.
"Ma non mi serve per fare le scale, no?”

Sospira, si ferma un attimo guardandosi i piedi, ma continua a nascondere alla sorella la smorfia di dolore che gli si disegna sul volto. E poi non è convinto nemmeno lui che sia per la cicatrice: “Su, che manca ancora poco! - le fa forza parlando più a se stesso – dio, è una vita che non ci torno”.

“E’ una vita che non torni”.

“Ho avuto un po’ da fare”.
“… e diverse complicazioni” gli fa eco.

Sta per compiere ventitre anni quando saluta tutti. Aspetta che suo padre esca di casa per il solito giro. Racimola quattro cose e passa a prendere sua sorella a scuola.

La porta sulla guglia più alta.

Gli piace quel posto, radicato e solido. Gli piace quel posto così alto. Sembra davvero il luogo migliore per dirle ciao, sussurrandole un arrivederci mentre le lascia un programma di viaggio con alcuni recapiti da utilizzare in caso di estrema necessità.

Vuole andare in cerca dell’Oriente. Dalla Grecia alla Turchia, poi verso l’est pietroso tra l’Afghanistan e il Pakistan. Pullman, traghetti, ancora pullman e pick up. Poi si ferma tra le montagne del Kashmir, trovando casa per qualche mese tra i Sufi di montagna. Mangia naan e melograno. Impara un dialetto, forse vicino al farsi, o all’arabo, nemmeno lui lo sa. Ma soprattutto fa foto. E balla, balla fino a non sentire più se stesso, rotando a occhi chiusi tra le vesti nere dei dervisci.

(...)

(vuoi andare avanti? basta una parola su oliveneimartini@leonardo.it)

SOLE

Sole. Siamo rimaste di nuovo sole. Guardo Chiara negli occhi verdi, uno strato profondo di muschio.
Non ci sono macchie nei suoi occhi mentre guarda Luca giocare con un legnetto nella ghiaia. Siamo nel punto in cui lui è scomparso. Sembra non esserci traccia dei fiori o delle foto e delle scritte lasciate negli anni dalle persone che passavano di qui.

La giornata è appena tiepida, l’ultimo sole di un ottobre che ci ha riportato, con i suoi giorni indolenti, indietro negli anni.
Hanno visto la sua macchina qui vicino quel lunedì sera. L’ho vista anche io

(...)

Embrioni di storie

Aperto il cassetto, ho dovuto togliere un po' di polvere... del resto nella logica del non si butta via niente e mai fare oggi quel che potresti fare domani, la polvere l'ho tolta solo dalle prime righe.
Inizio con i racconti, gli embrioni delle mie storie. Come dicevo qualche post fa, chi è curioso di andare avanti, non ha che da chiedere!