come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Farewell

E' tempo di tornare. Cosi' piena da sentirmi vuota.
E Barbie Goretex indossa un pagliaccetto rosa shocking con gli Ugly Boots.
Mi manchera', gia' lo so.

Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d' estate
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me...
(Farewell - F.Guccini)

 

La citta' piu' vivibile al mondo

Vancouver - nonostante la pioggia, la carenza di popolazione maschile eterosessuale e la carestia di negozi di abbigliamento decenti – e’, secondo l’Economist Intelligence Unit, la citta’ piu’ vivibile al mondo. Nel caso non me ne fossi accorta o non avessi letto la notizia, oggi quasi tutti i miei contatti in Italia hanno pensato di farmelo notare. Facebook, mailing list, messaggi di colleghi e amici. Mancava solo mia madre, che immagino sia ancora chiusa in casa impegnata a punzecchiare con spilli vodoo un plastico della citta’ e a ripetere una litania di “speriamo che non lo venga a sapere, speriamo che non lo venga a sapere”. Ecco, mi spiace mamma, ma sono venuta a saperlo.
“Ma e’ davvero cosi’?” mi chiedono in molti.
Ecco:
- posto che sono convinta che la task force dell’Economist Intelligence Unit fosse composta solo da uomini allergici al sole e convinti che Dolce e Gabbana siano i cugini pasticceri di Gordon Ramsey
- posto che non e’ che io abbia esperienza di molte citta’ presenti nella classifica
- posto che vivibilita’ non e’ necessariamente sinonimo di felicita’

Insomma, detto questo, si’: lo studio ha ragione. Questa citta’ che ho tanto amorevolmente vituperato e sfottuto ha davvero qualcosa di speciale.

Sulla lingua e sul pensiero

Le parole creano, danno forme, le parole sono azioni con effetti anche nel mondo immateriale: sogno, persuasione, sprone, potere. Noi viviamo immersi in un mondo di parole. E’ con le parole che costruiamo i nostri pensieri: anche quando si tratta di calcoli e teoremi, non puoi scappare dalle parole. E la lingua che usiamo non puo’ non avere un effetto su cosa diciamo e come pensiamo e, chissa’, forse, anche su cosa pensiamo.

E cosi’ negli ultimi mesi a Raincouver si registrano casi di difficolta’ con i tempi verbali: l’uso dell’ausiliare essere puo’ diventare una fastidiosa alternativa al comodo, ecumenico e rassicurante avere.
Anche le preposizioni hanno qualche difficolta’: “Sono su Robson, sono li’ in cinque minuti”. Se qualcuno mi ha mai sentito dire: “Sono su Buenos Aires”, gli offro un un tall latte double caramel.
Credo che una pietra del Colosseo sia caduta quando, scrivendo questo blog, ho dovuto cercare sul vocabolario una parola italiana. Volevo dire effimero e mi veniva solo fleet, che tra l'altro ha anche un significato piu’ povero (certo, se mi fosse venuto ephemeral non avrei avuto problemi).
Un capello, del resto, sono sicura sia caduto a un amico in visita qui quando gli ho detto: “Vai avanti un blocco e l’ostello e’ sulla tua destra”. Io vivo a Legolandia, non lo sapevate?
Ieri volevo spiegare un fastidioso trabocchetto psicologico in cui cadiamo spesso noi fanciulle: self questioning, per farla breve. E invece mi e’ toccato fare un riassunto di tutta la vicenda del pozzo. E anche adesso, confesso, avrei voluto usare affect almeno in un paio di situazioni.

Non che la cosa mi spaventi, per carita’. Mi chiedo solo quando l’inglese iniziera’ a semplificarmi i pensieri, oltre che le espressioni. Quando le mie rimuginazioni saranno composte da piccoli elementi giustapposti, quando le mie paranoie potranno essere espresse tutte da un solo verbo e quattro preposizioni, quando le subordinate saranno un ricordo lontano (che poi subordinate fa cosi’ politically incorrect) e mi saro’ dimenticata del pozzo nel mio monotono self questioning...
Ecco, allora, saro’ almeno piu’ felice? O sara’ come vivere tutta la vita con un delizioso little black dress e una scatola di accessori colorati?

Sul tetto

Oggi fa davvero caldo. Sul tetto il sole batte violento, il cielo è azzurro scottato, e spicca alto sopra le punte più alte dei palazzi. Dal pavimento sembrano alzarsi delle onde di calore morbide. 
Prendo il portatile e assecondo la voglia di scrivere, tornata al risveglio come un sole, come una benedizione. Dalla casa di fronte qualcuno urla, il semaforo avvisa i passanti che è ora di attraversare con il suo suono da tacchino digitale, alcuni clacson lontani mi fanno chiedere dove sono. Sono ancora qui? 

Orsi e ricorsi

Oggi Mike ci ha raccontato di aver visto un orso sulla soglia di casa. Ha portato fuori la spazzatura ieri sera. Pare che questo attiri il grosso animale, oltre a sollevare un fastidioso olezzo di won ton per tutta la via, l'ha redarguito il vicino. Del resto che ne sa Mike di orsi? Mike viene dalla Malesia e le tigri, lì, certo, non si abbassano a frugare nella spazzatura.

Sulle scuole private

Di fronte al mio ufficio c'e' una scuola privata. I ragazzi arrivano con il mio stesso bus, a volte in taxi.
Ieri alla fermata due studenti sui sedici anni mi hanno chiesto come si fa lo spelling della parola TUTOR.

E io che credevo che il sistema scolastico italiano facesse acqua da tutte le parti...

Dolcenera mood

Stamattina il cielo era terso del profumo del giorno dopo il temporale. Eppure non abbiamo avuto temporali recentemente. Mi chiedo se ce ne siano, qui, di temporali. Mi chiedo se si accumuli abbastanza caldo, se l’energia si arrabbi a sufficienza qui nella terra dove tutto e’ cool, dove la gente sta in fila per il bus, le commesse sorridono sempre; dove solo gli ubriachi piangono per strada o gridano alle automobili che passano, corrette, nella loro corsia.

Mi piace bagnarmi del primo temporale della stagione, correre a cercare riparo sotto i cornicioni, sentire l’odore della polvere che sale a pizzicare il naso. La pioggia tiepida che scroscia forte ti ricorda quanto e’ importante risvegliarti alla vita, liberare la pelle nonostante i brividi di freddo. Il fulmine cade come un monito inaspettato a essere piccoli e insieme potenti. La corsa ti rammenta che sei parte del fracasso e della paura. E se ne sei parte, allora, da cosa fuggi? Che cosa temi?

La solidarietà ai tempi dell'influenza suina

Prologo: la solidarietà tra amici è una delle cose più importanti per chi vive lontano da casa. In questi mesi ho avuto esempi molto belli di vicinanza, affetto e cura da parte di molte persone: amici, ma anche solo conoscenti. Umanità e solidarietà sono due concetti molto vicini. Essere solidali con gli altri è riconoscerne l'umanità, sentire di essere simili, vicini, anche solo per il fatto di essere tutti uomini. E voler fare qualcosa per il proprio simile, per aiutarlo come individuo o come membro di un gruppo. Andando in profondità anche la solidarietà è una manifestazione dell'istinto di sopravvivenza della specie, lo so. Eppure in questo caso mi piace pensare che l'istinto di sopravvivenza prenda le vesti della bontà, dell'onestà, della giustizia.
 
E ora permettetemi di vantarmi di un caso in cui ho dimostrato solidarietà per un Amico Malato. 

mercoledì ore 21.30
AM: questo raffreddore non passa
L: vabbe' ce l'hai da due giorni, deve fare il suo corso
AM: sto prendendo un sacco di pastiglie e non fanno niente
L: cosa prendi?
AM: boh, pastiglie

mercoledì ore 22.15
AM: certo che le arance mi farebbero bene
L: dai, se faccio in tempo domani passo al mercato e te le compro
AM: no no, non vogli arrecare disturbo di alcun genere, specificamente per un banale raffreddore che mi renderà nevvero ancora più forte!

giovedì ore 8.30
AM: oggi sono a casa malato :-(
L: oh mi spiace, hai la febbre?
AM: ma no! sono malato, mica moribondo...

giovedì ore 9.40
AM: ma allora stasera passi?
L: penso di sì, se non arreco eccessivo disturbo
AM: mi faresti la spesa? (che se non mi distrugge il raffreddore senza febbre morirò di inedia o astinenza da yogurt e pancetta)
L: va bene, mandami la lista prima delle quattro e mezza

Segue lista.
E, per allietare i lettori, un simpatico gioco in omaggio: "Scopri gli intrusi" (nella lista della spesa ci sono 5 intrusi che il nostro eroe AM non ha chiesto. Quali sono?)

From: AM
To: Lelainy
Subject: Lista della spesa

Spero di non dimenticare niente:
- 2 Yogurt
- Olympic Natural 2%
- 3 bottiglie di Baileys
- 1 pezzo di grana (senza crosta)
- Insalata iceberg scaduta (pacchi 3)
- Tonno in scatola
- 1 succo di frutta Minute Maid (con polpa)
- 1 confezione 500g pancetta Fletcher
- 3 tavolette cioccolato bianco Lindt
- 2 tavolette cioccolato fondente (70% cacao)
- 4 pacchi di cereali uvetta e mandorle (Non Quaker che la Monsanto ci avvelena tutti!) 
- detersivo per piatti
- 1 busta grande di salmone
- 4 mele (minimo costo)
- 4 banane (minimo costo)
- 123 mirtilli (primo pezzo)
- arance (qb)

Grazie!
AM 

Come tu mi vuoi

Ecco alcune domande interessanti sull'Italia fatte dai miei studenti canadesi in partenza per Roma.

- Ma la polizia è ok? Cioè, bisogna corromperli? No perché in Messico...
(Di solito con i turisti sono ok; certo, meglio non farli innervosire, ma nel caso un bel 10 dollari canadesi risolvi tutto e loro sfamano i loro bambini per due mesi, costruiscono un pozzo per l'acqua di irrigazione nel loro villaggio e comprano cinque mattoni per il primo ospedale di Roma)

- L'acqua corrente è potabile?
(Se hai voglia di arrivare fino al pozzo di Frascati sì, ma quello della missione, mi raccomando, non quello in piazza che lì c'è l'escherichia coli! Altrimenti puoi filtrare con un fazzoletto quella delle terme di Caracalla e prendere un paio di Imodium preventivi. I giapponesi lo fanno sempre, non è troppo pericoloso)

- Ci hanno detto che l'assicurazione auto contro il furto è obbligatoria. Un sacco di latrones lì in Italia, eh?
(Non proprio di macchine, ma in effetti sì)

The office

Non parlo molto del mio lavoro. E' che non e' che succedano cose poi cosi' interessanti. No, beh, certo, a volte usciamo a pranzo... il che significa che andiamo in un centro commerciale, acquistiamo del cibo da asporto presso un chiosco a nostra scelta - ma tassativamente diverso da quello di tutti gli altri per minimizzare il tempo di attesa presso ciascun chiosco - torniamo in ufficio e mangiamo davanti al PC.
Nel mio ufficio siamo in due, Amir e io. Amir e' un gran lavoratore, parla molto al telefono e non si fa troppi problemi con i flussi di aria in uscita dal suo corpo. Di solito e' molto cordiale, ma a volte ha degli scatti d'ira preoccupanti. Oggi, per esempio, ha dato su tutte le furie perche' non gli piace l'immagine Captcha che usiamo nei commenti del nostro blog. Oddio, anche a me da' sui nervi dover passare una visita oculistica ogni volta che voglio commentare, ma l'alternativa e' avere quintali di spam (cosa per cui ha dato su tutte le furie mezzora prima, del resto). Mi ha chiesto di trovare una soluzione alternativa, o almeno di mettere delle immagini piu' belle. Pensavo al sedere di donne famose, o a quello del suo giocatore di hockey preferito. Chissa' che non si plachi.

Jason

Nel gioco dell'integrazione, il livello successivo a quello del medico è il parrucchiere.
Se riesci a dare in pasto la tua salute a un dottore con la camicia a quadrettoni, allora sei pronta per andare da un parrucchiere canadese.
Ho seguito il consiglio di Dolores e ho preso appuntamento con Jason. Per fortuna è venerdì 17 e non venerdì 13.
Dolores è piuttosto fighetta e snob. Mi sono fidata. 
Jason è asiatico e ha i capelli ossigenati con un taglio manga ammorbidito. Jason assomiglia in modo preoccupante a Maria De Filippi. Soprattutto il seno. Sì, e anche le sopracciglia. Mi accoglie con un: "Facciamo entrare... Chiara" e mi fa accomodare su uno dei troni. Decidiamo il taglio e poi andiamo al lavaggio. Ecco. Normalmente stanno dietro a lavarti i capelli, no? Ho visto milioni di saloni di parrucchiere nei film americani e tutti avevano lo spazio dietro al lavabo per lo shampista. Invece il lavandino è incuneato in una nicchia, la poltrona è di velluto e coperta di cellophane e Jason mi sta praticamente in braccio mentre mi lava i capelli. Però fa un massaggio che non è male.
Passiamo alla zona taglio, senza prima dimenticare di dire alla mamma di Jason di portare fuori il cane Bohm, barboncino con il pelo stirato con la piastra e i colpi di sole. Mi chiede tre volte quanto voglio tagliare. Me lo fa vedere con le dita, poi prende la misura sul pettine, poi me lo ripete in pollici, poi taglia la prima ciocca e per sicurezza mi chiede se va bene. E' vero, ho visto donne fare pazzie perché il parrucchiere aveva tagliato troppo, ma qui mi sembra che si vada oltre. Lo rassicuro sorridente e inizia. La parte più divertente è quando inizia con la piega. Lui si occupa della parte sinistra, la madre della destra: un threesome di mani, spazzole, phon e, in dieci minuti, la mia testa è pronta.
Adesso posso passare al livello successivo. Chissà che cosa si nasconde dietro alla schermata nera con la clessidra che gira...

Famiglia

Oggi sul battello ho visto una famiglia. Non che sia una cosa eccezionale, eh. Era una famiglia strana: una piccola mamma vecchia con i riccioli grigi e un enorme papà di poco più di trent'anni con un tatuaggio sopra il sopracciglio sinistro. Con loro un bambino di tre anni che guardava stupito i palazzi nascere dal mare. A un certo punto si è messo a dare tanti baci al suo papà: sulla fronte, il collo, sulla punta del naso. Io ho sorriso tanto, e anche la signora di fianco a me. E quando ho alzato lo sguardo, sul cargo di fronte a noi un grosso container blu con una scritta bianca: Italia.

Barbie Goretex (tm) - il seguito

Oggi è una bella giornata, il sole è caldo, il vento appena fresco solletica i gabbiani nel cielo azzurro. Oggi è primavera e ho voglia di cantare e ballare. Oggi è estate nell'armadio e nel mio cuore che scoppia di sole.

E oggi Barbie Goretex (tm) alla fermata del bus indossa trench e stivali di camoscio. 

Elegy danced in a country churchyard

La discoteca è di stampo cimiteriale. La signorina all'ingresso fa delle foto ai nostri documenti. Una questione di sicurezza, dice. Sarà per le lapidi, penso. Ci prende i cappotti e ci informa che siamo sistemati nella zona del muro di candele. Lo dice proprio come se parlasse del muro del pianto o di quello di Berlino e alle nostre facce interrogative risponde semplicemente ripetendo "Il muro di candele, il muro di candele". 
Troviamo il muro di candele e ci sistemiamo su due divani enormi. Una bella cameriera vestita di nero e viola mi porta succo di ribes in un bicchiere da cocktail e dopo due sorsi ho già bisogno della toilette. Bella è bella, non c'è che dire, con i muri porpora e un asciugatore per le mani super jet che ti alza onde di pelle sui dorsi facendole sembrare ali di pollo. In ogni gabinetto c'è una statua della madonna di pietra grigia: quel genere di madonna che pesta il serpente e vince il peccato guardando sederi di ragazzotte canadesi che fanno pipì. Hanno dai venti ai quarant'anni, occhi satinati e vestiti di poliestere. Mi guardano come se fossi stata catapultata lì dall'Alaska solo perché non sono mezzanuda. Vorrei urlare che ho la febbre, che ci sono 3 gradi fuori e forse 15 con l'aria condizionata dentro. Vorrei urlare che sono loro a essere strane, con le spalle cadenti che non sanno portare la scollatura, i tacchi troppo grossi, la cellulite sulle braccia, gli ettolitri di lacca sui capelli, le facce che sono maschere.
Ma non dico nulla, asciugo le mie mani nel jet e esco dall'acquasantiera pubblica. Attraversando la pista penso che forse non hanno niente sotto quelle maschere, forse sono zombie pagati dal proprietario del locale, forse sono automi semoventi di cartapesta o un esperimento di robotica dell'ultimo anno di quel corso di design. O forse sono persone vere, che il freddo ha surgelato nelle loro mise da gran sera da 19 dollari. Forse si scioglieranno più tardi, al caldo delle loro moquette. 
Forse non c'è niente di sbagliato. Morti, siamo tutti morti.
 
Large was his bounty, and his soul sincere,
Heaven did a recompense as largely send:
He gave to Misery all he had, a tear,
He gained from Heaven ('twas all he wish'd) a friend.

Dica trentatré

Ieri sono andata dal dottore. Non vogliamo farci mancare nulla. Mercoledì ho passato mezza giornata a decidere dove andare. Leggendo recensioni discordanti, probabilmente tutte inventate. Al momento di andare allo studio designato, tuttavia, mi sono sentita molto bene. Che faccio, vado da un dottore e gli dico: "Ieri stavo malino, ma adesso sto bene, però, sa, volevo provare l'esperienza per raccontarla nel mio blog. Facciamo amicizia?". Non mi è sembrato il caso. Togliere tempo prezioso a un vero malato. Così sono rimasta a letto: il tempo era bigio e si stava così bene sotto il piumone. Nel pomeriggio, però, le cose sono peggiorate. In tre mesi non ho mai notato uno studio medico passeggiando per strada. Ieri era tutto un fiorire di cliniche. Così sono entrata in quello più vicino alla fermata del bus. La prima impressione è stata pessima: nella minuscola sala d'attesa c'erano sette persone febbricitanti e l'aria era viziata, di più, viziosa. Un impiegato di dodici anni mi dice che devo aspettare 55 minuti, ma che posso anche andare allo Starbucks di fianco o al Numero Uno Pizza di fronte nell'attesa. Un buon esempio di geo-co-marketing, penso, e scappo verso un tè verde e una bolla di ossigeno.
Dopo 45 minuti torno. La coda in attesa è smaltita, pago e vengo accompagnata in un cubicolo in attesa del medico. L'idea generale è di caos e sporcizia: guanti chirurgici e riviste femminili accatastati sullo stesso piccolo ripiano. Al muro, però, sono appesi dei graziosi quadretti dal messaggio new age. Uno dice: "Quando morirò diventerò un albero dalle lunghe radici". Incoraggiante, per uno studio medico. Prego che non mi voglia visitare, che mi dia quel benedetto antibiotico sulla fiducia. E invece no. Mi ascolta, annuisce e  mi fa un'urinocultura istantanea. Il verdetto è positivo. Avrò il mio antibiotico. Per sette giorni. Un giorno anche in Messico. Il che significa che non potrò vedere luce solare nemmeno con la mia fida protezione 60. Starò al bar a bere bibite analcoliche. O mi comprerò un burqa di lino bianco. Certo, avrei potuto ignorare i sintomi, abbronzarmi, sbronzarmi in libertà e pregare che non mi venisse una nefrite nella giungla messicana o, peggio, durante lo scalo a Salt Lake City.

Lelainy si è fermata e Eboli

Ho peccato. Sono stata censurata. E così ho cancellato l'ultimo post.
Forse ci sto prendendo troppo gusto col realismo, o con la satira. Ma vado avanti, innocue suggestioni. Oggi sono andata in spiaggia: il mare era di piombo, con piccoli squarci disegnati da candele romane impazzite. Le anatre galleggiavano, immobili come di legno. Un matto mangiava felafel sulla panchina, e io di fianco a lui cantavo senza voce una vecchia canzone: fioritura. Qualche albero lungo la strada, sì, qualcuno comincia a fiorire poco più in là.

I bei vecchi tempi del dark underground

Ah, i bei vecchi tempi dello Shelter.
Quando nessuno ti chiedeva di ballare, ma almeno due soggetti di biancotruccati e di nerovestiti si offrivano per farti da schiavi.
E avrebbero anche lavato i piatti, sicuro. Per una parola cattiva o due saltelli sulla vertebra coccigea.
E qui arriva MastroLindo in persona, sculetta sorridendo, ti fa volteggiare, ti illude di essere l'unica donna sulla faccia della calotta artica e poi non viene nemmeno a dare una passata alle piastrelle del bagno.

Le canadesi sono di goretex (tm)

Fermata dell'autobus. Esterno giorno, Nord Vancouver.

Io. Con la giacca da neve, gli stivali di gomma, il cappello, il cappuccio e l'ombrello in 5 minuti mi inzuppo come un savoiardo nel marsala, starnutisco diciotto volte, mi rompo un'unghia cercando di non bagnarmi mentre tolgo il biglietto dalla tasca esterna della borsa, prendo la scossa con le cuffiette dell'ipod e inizio a trasfigurarmi in un Jackson Five dopo una seduta al bagno turco.

Lei. Con ballerine senza calze, giacchetta di lana, niente ombrello o qualsivoglia copricapo fa due telefonate senza subire ritorsioni elettromagnetiche, ricarica il cellulare leggendo il codice da uno scontrino che nel mio universo (a 2 metri da lei) si sarebbe già dissolto come un messaggio senza bottiglia, beve acqua vitaminizzata da una boccia di soluzione salina senza smettere di sorridere e sale sull'autobus carezzandosi i capelli biondi, liscia come Barbie Salone di Bellezza.

Sogno o son desta?

Ieri sera mi sono addormentata con l'angoscia di Changeling nel cuore. Deve aver avuto una funzione catartica: ho fatto un sogno bellissimo, una scalata che mi portava da una grotta fredda ad una cima verde di erba, sole caldo, ragazze in bikini e enormi stelle alpine viola.
Scalata, erba, fiori, colore viola pare che indichino successo, felicità e un bell'amore in arrivo. Non sono riuscita a scoprire cosa significa il bikini, ma ho preso tutto questo come un messaggio di incoraggiamento e sono uscita a fare shopping, la vera e unica missione impossibile per un' italiana in Canadà. Ovviamente ho seguito pedissequamente la via tracciata dal sogno, a partire dal bikini. Di seguito le riflessioni emerse.

Elemento onirico n. 1: il bikini
Non illuderti se con un costume da 135 dollari in un camerino di lusso appari come una dea scolpita nel marmo; dopo un quarto d'ora, con un bikini da 75 nei camerini di Gap, tornerai a sembrare un barbapapà cesellato nella burrata.

Elemento onirico n.2: il viola
Se in natura non esistono stelle alpine viola non si può trovare una maglia color stella alpina viola da Zara. Però con un po' di pazienza puoi trovare 3 maglie color pervinca e comprarle tutte, che non si sa mai.

Elemento onirico n.3: il successo
La fortuna si manifesta in modi che non immagini. Se trovi il vestito che desideri da un mese e scopri che l'unico rimasto della tua taglia ha la zip rotta, forse troverai un vestito più bello dopo. O forse no e deciderai di consolare la tristezza andando in piscina. E sarà chiusa. E allora deciderai di tornare a casa a fare un bagno caldo e avrai un calo di pressione uscendo dalla vasca e, cadendo, ti slogherai una caviglia. Ma poi la tua coinquilina messicana metterà un po' di musica. Ma sarà Ramazzotti. In italiano. E allora cercherai l'oblio nella compagnia degli amici e in tanto alcol. E allora...

TBC 

Un guru è solo un guru

Il mio guru mi ha lasciato ancora una volta con tanti pensieri e poche certezze. Credo che smetterò di leggere l'oroscopo di un guru e iniziarò con quello di Famiglia Cristiana.
Avevo appena scritto di essermi finalmente creata una bella comfort zone e lui cosa fa? Mi suggerisce di rischiare.

G: Allez allez. Lascia sta benedetta comfort zone e vai verso la frontiera, su piccola pusillanime.
L: No ma sei sicuro, Guru? Ché io starei anche un po' qui tranquilla sull'amaca a godermi il sole...
G: Eddai Lely, sei a Raincouver, ci sono 6 gradi e pioverà per il resto dei secoli, muovi quelle chiappe.
L: Eh, hai mica torto Guru, 'sta amaca fa acqua da tutte le parti e comincio ad avere un po' di mal di mare.
G: Brava.
L: Ok, allora io andrei... cioè, se lo dici tu. Che faccio, mi butto?
G: Ma sì buttati, sai che è più saggio rischiare tutto, no? Vai vai.
L: Vabbe' vado, ché insomma... ho pure finito di leggere Vogue e non è che ci sia tanto da fare da 'ste parti.
G: Oh, così mi piaci. Sbrigati, vai! Lasciami Vogue, però.
L: Sì. C'è un pezzo su un fotografo californiano che secondo me ti piacerà.
G: Dà un po' qua, fa vedere.
L: Vabbe' Guru, allora io andrei a dare un'occhiata a quel precipizio laggiù. Ci vediamo mercoledì prossimo, ok?
...
G: Hey Lely, aspetta!
L: Che c'è Guru?
G: Cioè, io ti dico di rischiare, però occhio: non metterti a fare cazzate, occhio a non beccarti qualche proiettile vagante, che con 'sta storia delle gang questa città non è più così sicura. E poi basta con questi desideri eccessivi, vorrai mica buttarti così ciecamente in un mare sconosciuto? La testa, Lely, usa la testa.
L: Oh Guru, ma fammi capire, devo rischiare o no?
G: Certo! Rischiare, rischiare sempre!
L: Sì ma se poi va male? E se il rischio non vale? E poi, Guru, io mica lo so qual è la roccia da cui voglio saltare. Magari quella rossastra laggiù o forse lo scoglio più in là. O forse dovrei stare qui. Forse sì, un tuffetto dall'amaca nella pozzanghera potrebbe bastare. Guru, dimmi qualcosa tu! Che cosa mi aspetta oltre quella roccia? E se mi tuffo dall'altra? Dici che è uno di quei rischi folli? O forse il vero pericolo lo corro restando qui. Forse è qui che mi colpirà il proiettile nella notte. Guru, tu che sai, tu che guidi, sei saggio, tu che vedi, Guru, dimmi che cosa c'è.
G: A' Lele', piccola mia, che voi che te dica, io Guru sono, mica astrologo!

Il mattino ha l'oro in bocca

Se il buon giorno si vede dal mattino, vi basti sapere che il mio mattino è iniziato con una pisciata di cane sul letto.
Il cane di Dolores era un po' indispettito perché la sua padrona non è rientrata stanotte. Non che si sentisse solo, è che sapeva che era con il suo ex, quello che vede per non pensare a un altro ex, e a lui questa cosa proprio non va giù. "Dolly, se proprio devi accompagnarti con un altro maschio (oltre a me) perché non scegli il mio papà adottivo B. e lasci perdere quella maschera maya? Non è sano. Guarda avanti. Poi B. mi porta fuori e mi dà i biscotti". Nessuno gli ha spiegato che B. è bello e brillante, fa giocare i cani, parla quattro lingue, tifa Inter e si veste bene. Devo anche aggiungere che ha un fidanzato biondo di 19 anni?
Alle sette e mezza, con una pipì di cane e una lavatrice all'attivo sono uscita di casa. Ovviamente pioveva. Il clima è empatico qui. Grazie di cuore. In ufficio ho litigato con un tizio su Skype: lo paghiamo, dovrebbe aiutarmi  e invece mi parla in arabo (o php) e quando gli faccio notare che già gli avevo detto che tutte le mie conoscenze di programmazione web risalgono all'html 4.0 dell'esame di informatica applicata (poco da ridere, allora era avanguardia), semplicemente smette di rispondere. Il suo capo parlerà con il mio capo. Io inizierò a usare Wordpress. 
Sono solo le cinque e mi aspetta il mio secondo lavoro. Arrivo a scuola e scopro di aver perso la chiavetta usb che, oltre a tutte le mie foto sexy, conteneva anche la lezione del giorno a cui ho dedicato un'ora della mia santa domenica. Faccio outing con i miei studenti senili e improvviso una lezione su inviti e prenotazioni. Il che mi ricorda che devo ancora rispondere a una mezza dozzina di mail di inviti, tra cui un pranzo a Granville Island e un matrimonio e penso che l'unico invito che accetterei in questo momento sarebbe una settimana in una clinica del sonno, senza cani, senza programmatori php e senza pioggia. O almeno non sul mio letto.

Comfort zone

Comincio a sentirmi a mio agio. Comincio a sentire che la vita, qui, è solo vita. La leggera ansia di essere altrove ha lasciato spazio a un sereno stupore. Non è ancora abitudine, ma la familiarità si sta avvicinando.
Stasera sono uscita da un pub. Avevo fame e senza pensarci, così come fosse la pizzeria Da Attilio - pizzaioli in Milano dal 1964, sono entrata in un chiosco gestito da una timida signora persiana. La piastra mostrava pizza con aglio e salame, peperoni e cipolle o ananas e prosciutto. Ho scelto questa. Ho pensato che dell'ananas sciroppato mi avrebbe fatto meno male del salame con l'aglio, l'italiana dentro di me si è zittita di fronte all'evidenza. Certo, non ho ancora iniziato il corso di yoga (ma giuro che lo farò), però con questa scelta sento di aver guadagnato un bel boccone di cittadinanza morale.
Ho pagato la signora stanca sorridendo. Ho messo l'ipod e il mio cappello e ho iniziato a mangiare la mia pizza esotica camminando per strada. La sera profumava di primavera, dai tombini usciva un po' di fumo e oltre gli archi di Chinatown mi aspettava una luna enorme. 

Citta' che vai, Metro che trovi

Paese che vai, usanze che trovi. E le trovi anche piu' facilmente se ti affidi alla free press. Tempo fa, tra un gossip su una starlet vancouverita sbarcata a Hollywood e le lamentele dei cittadini sul traffico (piaga dei sistemi urbani piu' civili, a partire da Palermo) la notizia piu' tragica era: "Esondazione della Lost Lagoon in Stanley Park - cinque famiglie di orsetti lavatori sfollate, due anziani scoiattoli ricoverati in stato di shock. Il governo dichiara lo stato di calamita' naturale e manda gli ausiliari della sosta a controllare gli sciacallaggi da parte delle oche del Canada".

A parte che le oche del Canada sono animali davvero feroci, adesso le cose stanno prendendo una piega preoccupante. Scontri tra studenti ebrei e musulmani all'universita', un tredicenne che accoltella il tizio che si rifiuta di dargli una sigaretta, i manifestanti per il Tibet.

Ma soprattutto la guerra tra bande. Questi ragazzi fanno sul serio. Anche nell'ecumenica, vegana e pacifica Vancouver la gente si ammazza. Metro intervista un ristoratore della zona dove sono avvenuti gli scontri che esprime il suo sdegno per l'ondata di violenza. E soprattutto per gli spari, che con tutto quel fracasso adesso gli tocca insonorizzare il ristorante. E una mamma che dice di non essere piu' orgogliosa di vivere in una citta' come Vancouver e che sta seriamente pensando di spedire i suoi tre figli in collegio a Columbine. Fiaccolate, manifestazioni e fundraiser si avvistano in ogni angolo della citta'. Ieri il record: decimo assassinio da gennaio.

A Milano in tutto il 2007 ce ne sono stati 18.

Tasse alla musa

Questo blog ultimamente ha preso una piega troppo lirica. Il che, ovviamente, non va bene: poi i lettoripoveriloro mi si deprimono e non cliccano più sui banner. E siccome io sono qui per fare soldi, ho pensato di investire il mio weekend per trovare materiale trash che ispirasse un po' di sanodivertimento alle spalle dei signori con la fogliadacerotatuatasulpetto.
Ecco, dunque, che ho deciso di seguire un gruppetto di amici ad una cena greca più salsa. Non lo tzatzichi, il ballo. Il tutto era organizzato nel rassicurante stile melting pot vancouverita, dalla pasta con panna e frutti di mare della mia vicina (celeberrima ricetta greca) alla musica cubana (che è un'isola più o meno come Santorini e Itaca, ignoranti) alla ballerina del ventre (illustre rappresentante dell'arte drammatica tradizionale ateniense, o no?). 
Per me il clou della serata è stato quando il maestro di salsa (libanese) ha presentato la ballerina del ventre (portoricana) scherzando su questo spassoso chiasmo nazionaldanzereccio. Per i miei amici maschi è stato quando la ballerina li ha esonerati da un possibile attacco di campanellini, con la sua pancia molle da cinquantenne e la sua faccia da Cher dopo un giro nel forno tandoori.
Il resto è stato conversazione piacevole, qualche timido tentativo di ancheggiamento e l'opprimentecertezza che, se il mare è pieno di pesci, nella salsa naviga un numero intollerabile di scorfani.

C'è chi aspetta la pioggia

La pioggia è arrivata, i Vancouveriti finalmente avranno qualcosa di cui lamentarsi e le guide turistiche il ghigno della ragione.
Esco dall'ufficio, posto una busta in una cassetta rossa facendo attenzione a non far colare l'inchiostro dell'indirizzo e accendo l'ipod. Nick Cave canta "You look soaked to the skin". I,o penso che sia una graziosa coincidenza e, guardando Nord Vancouver dal finestrino, mi distraggo immaginando una coreografia di fatine vestite di fucsia che raccolgono le lacrime della pioggia.
Poco dopo Sheryl Crow, invitandomi a correre verso il battello, urla alla "pouring rain". Mi dico ok, è una cosa simpatica e prendo posto nella fila davanti aspettando di vedere la pioggia battere sul vetro obliquo. Proprio in quell'istatnte arriva il bombarolo di De Andrè a dirmi che "c'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo". Capisco il messaggio: l'ipod è su shuffle e al tempo non si comanda. Quali lacrime potrebbero rigare, tra un po', la faccia di una delle due amiche sedute nell'angolo, quella con il cellulare in mano e la mano nervosa a toccarsi la fronte? Ho qualche risposta stanca, o troppo drammatica per esser formulata che se ne vola insieme al primo gabbiano. Sopra Downtown si apre uno squarcio che mi distrae: è qualcosa di più di una "Silver lining", è uno strappo giallo sopra il parco che si fa un poco più azzurro oltre le gru, proprio sopra casa mia.
"I can see clearly now the rain has gone". Forse tra un po' quella ragazza seduta all'angolo non avrà più motivi per piangere.

PS: fantasie, versi e rapporto meteorologico si attengono strettamente ai fatti. Qualcuno mi suggerirà di cambiare le mie playlist o di fare un viaggio in Messico... chissà.

Vino e latino

Quando i film porno portoghesi aiutano un francese-senegalese che vive in Canada a parlare con la sua amica brasiliana dei modi in cui si può dire cazzo in Italiano.

Quando scopri che tu, invece, ne conosci molti meno. Anche sommando le misere lingue che sai parlare, latino compreso.

Quando ti rendi conto che il latino è una gran cosa. Puoi dire frasi dotte in Inglese, senza nemmeno esser sicuro di usare parole che esistono nell'Oxford Dictionary e questi spagnoli, portoghesi e francesi ti capiscono. E certo, anche con figlio di puttana, o culo funziona. Ma con il resto dà più soddisfazione.

E spiegare che è meglio stare molto attenti a pronunciare bene una doppia enne. Specialmente in un ristorante italiano, specialmente se il camerire è maschio e suscettibile. Perché potrebbe non esser contento di portarti quelle penne all'arrabbiata, se non pronunci bene le due enne.

E il vino e i viaggi e quella musica che suona così calda anche se non afferri quel che dice. E maledire gli uomini italiani, gay etero e confusi, tutti tranne un paio di giocatori di calcio. E sentire il tuo nome con la erre che vibra, finalmente.

E ridere, solo perché si sta bene come si sta. Solo perché si è curiosi delle stesse cose, perché in fondo si è così diversi, ma un po' meno diversi rispetto a quel mondo fuori dall'appartamento con le finestre fino al soffitto e le luci. 

Missione guardaroba

Zara, H&M, Parasuco, David Button.
Top di mussola. Abiti di lino. Pantaloni di cotone.
Grigio. Giallo. Poca lana blu con pelucchi.
Mi avevano detto che questo era un mondaccio uniforme e globalizzato.
Uscirò a comprarmi dei jeans. 
O dei calzini.
O dei broccoli.
Ok, missione fallita.

French class

Come da chiusura di post precedente: oggi ho seguito la mia prima lezione di francese. Ho barato. No, è meglio dire che ho omesso. Omesso che il francese l'ho studiato per tre anni e che quindi il livello elementary, ecco, non è che sia proprio una sfida intellettuale.
La prof, per non deprimere i compagni, dà tutto il merito alla mia nazionalità: noi Italiani, si sa, siamo facilitati (e incredibilmente smart) (e giochiamo meglio a calcio) (e esportiamo mogli radical chic per presidenti neo conv). Insomma, tengo alto il nome italico ultimamente così oppresso e deriso tanto nei circoli internazionali quanto nelle cucine delle baite di montagna.
Ma soprattutto, vuoi mettere la soddisfazione di essere, per un'ora e mezza alla settimana, quella che parla meglio di tutti? 

Ha chiamato

E' la solita regola. Se vuoi che qualcuno non si faccia più sentire, se tieni il suo numero memorizzato sul cellulare solo per essere pronta, quando chiama, a metterti una patata in bocca e fingerti la sora Lella quando già non si sentiva molto bene, se (se basta, diamine, mica ci dobbiamo scrivere un'epistemiologia e poi farci un film con Janifer Aniston e Scarlett Johannsson). Ecco, sei certa che chiamerà. Puntuale come la morte, le tasse e la 91 l'unica volta che scendi con 3 minuti di ritardo "tanto comunque ti tocca sempre aspettarla dieci minuti".
Non ha propriamente chiamato. Ha l'ugola in collaudo, no? Non può sforzare troppo. Però ha mandato diversi sms. Peccato questa sia una crazy busy week. A pensarci bene, però, domani vado in un salsa club con degli amici. Diciotto. Energumeni. Gay... se vuoi raggiungerci a noi fa piacere, ca va de soi.

Una tazza di pomodori pachino con formaggio fresco (o era crema per i piedi?)

Vicino a casa c'è un supermercato cinese. Una grossa catena, nessun esotismo romantico, niente lanterne rosse o ritratti di Mao.
Ieri sera il musak proponeva Reginella e Oci ciornie (o come diavolo si scrive). 
Ovviamente ci sono anche prodotti occidentali, ma spesso mi sorprendo a fissare imbambolata gli scaffali chiedendomi "ma sarà dolce o salato? polpette o biscotti? pesce crudo o frutta?".
Non che sapendo la risposta li comprerei, del resto.
Così la mia dieta quotidiana si compone ormai di cibi identificabili anche a occhio nudo e senza dottorato in linguistica delle lingue sino-tibetane. Prevalentemente frutta e verdura fresca. E Philadelphia.
Soprattutto Philadelphia.

Ovvero di quando Micky Rourke mi ha salvato da Christian Bateman

Venerdì ho avuto il mio primo un appuntamento "galante".
Devo fare pratica con l'inglese ed è capitato a fagiolo questo tipo; ci siamo incontrati per un innocente caffè. Sembrava un buon uomo, un'oretta di cortesi chiacchiere.
Dopo un paio di giorni, mi chiede di uscire per un drink. Io declino. Questa cosa del drink mi fa troppo film di Vanzina, ma comunque non voglio perdere un potenziale amico. Propongo di fare un giro venerdì o domenica pomeriggio. Ok, fa lui. Splendido! Venerdì mattina mi dice che però ha un colloquio verso le cinque. Facciamo alle sei e mezza... potremmo vederci al tal posto, si mangia bene.
Ok, il dio del dating leale mi deve aver punito. Ci vediamo per cena, alle 6.30 (si, qui si usa così...).
Passa la prima mezzora a dirmi di un suo nuovo lavoro e di come programma di fare una valanga di soldi, si interrompe un quarto d'ora per discutere con il cameriere su come sia il vero mohito (fottuta menta, rhum "ah si, certo il rhum"... pirla se no che cos'è? la tisana kelemata con un po' di lime e ghiaccio tritato?) e per il resto muto.
Io, che non sono proprio un'intrattenitrice chiacchierona nemmeno a casa mia, mi trovo a dire ogni cazzata che mi passa per la testa, cercando di non incasinarmi con il genitivo sassone e i verbi modali. Lui non mostra nessun reale interesse in me, ricambia svogliato le domande. Mi invento anche domande storico geografiche sulla città, sperando che la famigerata ospitalità canadese scaldi un po' il suo cuore e la sua ugola. Arrivo a essere felice quando ricomincia con la stroria di come farà un sacco di soldi investendo denaro dello sceicco presso il quale sua cugina lavora come au pair o di come nel suo lavoro dovrà per forza accettare un sacco di inviti a cena in costosi ristoranti. Business is business. E' uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo.
Improvvisamente, ne sono certa, una mano invisibile gli deve aver schiacciato il tasto Mute, perché di riflesso io mi sono sentita in dovere di fare la spiritosa dicendogli che mi ricordava quei personaggi di quel famoso libro, ma sì, quello di Bret Easton Ellis... quello là ambientato nell'ambiente finanziario newyorchese... sono certa che lo conosci, American Psycho, no? Tutta quella spassosa vicenda dei biglietti da visita e delle prenotazioni nel ristorante cult.
Ahahah, che burlona sono, eh? No, non l'ha presa tanto bene.
Decidiamo (e io non credo in dio, ma per un momento alzo gli occhi al cielo e ringrazio) di andare al cinema. Peccato che inizi tutto troppo tardi (ma vah? sono solo le 8 e 10 e io ho già digerito il mio pollo con contorno di vagoni di patate fritte). L'alternativa virile a quel punto non si inceppa: "Possiamo sempre prendere un blockbuster e salire da me". Certo. Ti ho appena paragonato a Christian Bateman e pensi che venga a casa tua?
Il mio susseguioso diniego deve avergli tranciato le corde vocali (che avevate pensato?), quindi nella passeggiata in attesa del fim è ancora più zitto. E io continuo a ciarlare assomigliando sempre più al garzone del Padrino quando aveva 5 anni.
Alla fine andiamo a vedere The Wrestler, trucido, ma non male. E comunque a sto punto avrei apprezzato anche un film dei Vanzina. Mi ha detto che mi chiama. ahahah.

Melting Pot

Oggi una cinese mi ha scambiato per coreana.

Yoga Pant

E' sabato pomeriggio e mi sembra doveroso dedicare la giornata a chiudere la questione shopping.
Pare che il gran pezzo di gran moda, qui, siano gli Yoga Pant.
Tutti mi dicono: devi prenderti degli yoga pant, tutti ne hanno almeno un paio. "Sei degna di considerazione per gli autoctoni solo dopo averne acquistati almeno tre paia. E se inizi a portarli con le infradito a gennaio, sotto la pioggia, puoi partecipare alla lotteria indetta dal sindaco per avere le chiavi della città". Wow. 
Insomma, pare che gli Yoga Pant (con le maiuscole) siano dei pantaloni sportivi trendissimi. E non ci sono solo i pant, ma anche felpe, top e... basta (credo basta).
E io che pensavo fosse un nome generico per indicare i comodi pantalonacci con cui si fa yoga e mi chiedevo cosa ci fosse di interessante nel capo per una persona che non lo pratica.
Ok, non praticare yoga, qui, non è contemplato tra i comportamenti socialmente accettabili. Qui lo yoga impazza: ci sono più scuole di yoga che pub. Più scuole di yoga che scuole.
Anche Dolores, la simpatica roommy messicana, fa yoga. Glielo devono aver richiesto prima di concederle la cittadinanza.
Per la precisione, lei va quasi ogni giorno ad un'entusiasmante lezione di hot yoga. Ok, so che state pensando ad una stanza con la tappezzeria fucsia, gli specchi al soffitto, cuscini di seta ovunque e un ispettore in perizoma di pelle che vi spiega le posizioni brandendo un frustino tempestato di swarovski. No, come dice la parola, è yoga fatto al caldo, 40 gradi Celsius, per la precisione. Dolores dice che devo provarlo: io a 40 gradi svengo anche solo se allungo il braccio per prendere il mio mohito, figuriamoci.
Comunque, l'obiettivo dello shopping del sabato pomeriggio è scovare uno dei negozi di questi leggendari Yoga Pant. Meglio affrettarsi. Mi pare che il nome suoni un po' come Luluqualchecosa.

Forza Milan

E' la domanda che crea l'offerta? O è la furba offerta che, generando bisogni inesistenti o portando a galla desideri nascosti, finisce con il rimbambire la povera domanda, che a quel punto non sa più che domandare e allora, vabbe', apre il portafogli?
Uno dei primi pensieri fatti arrivando qui è stato: "ok, per un po' niente shopping".
Questione di budget, ovviamente, ma anche di mancanza di cose per cui valga la pena spenderlo.
Per me, insomma, è una questione di calo degli introiti esponenzializzato da un orribile vuoto di abitini di taglio trendy e colore piacevole. O almeno guardabile.
Ma non voglio chiudermi in me stessa. Mi guardo intorno e davvero non so se la gente non si veste bene perché i crudeli fashion designer canadesi non sono interessati a dirozzare i gusti del popolo, oppure se questi hanno deciso, anni fa, di lasciare perdere la missione e dedicarsi a produrre pantofole o ramponi. 
Riporto solo due esempi intravisti nel pomeriggio. Un uomo e una donna, par condicio, quote azzurre.
La ragazza indossava delle ballerine sopra i piedini nudi, nella neve. (ok, la neve non c'è più, ma faceva coup de teatre). E dei leggings di lana grossa, lavorati a righe verticali, grigio calzino della befana. Basta? No, il pezzo milgliore erano i calzoncini da atletica neri bordati di bianco, acrilico 120% traspirante. Sopra, un innocuo bomber e un cappello peruviano nero, bianco e giallo. I colori, lo devo ammettere, avevano una loro armonia.
E invece l'uomo. Ecco, l'uomo era elegante. Vestito grigio, scarpe finto pelle finto belle, ma decenti. Cappotto nero. E paraorecchie di pelo rossi.

Vuoti a perdere

Qui c'è questa regola: se qualcuno ti invita a cena, il tuo cibo te lo porti tu. O per lo meno il vino, o la birra, quel che vuoi bere... acqua a parte, immagino.
Sei a una festa, arriva un nuovo invitato e toglie dalla tasca una lattina di birra, la apre e se la beve. Pensi che abbia una qualche allergia per cui può bere solo birra speciale e invece con la coda dell'occhio vedi che è Stella Artois. Poi capisci, o qualcuno ti spiega.
Resta un problema: chi si tiene i vuoti a rendere?

Ho smesso con l'ipod

Tempo fa ho letto una cosa piuttosto interessante: la qualità di una città si vede dalla qualità delle conversazioni ascoltate per caso, ad un caffé o per la strada.
Questioni narrative e tempi comici mi chiedono di posporre ulteriori spiegazioni. Vado con ordine.
Quando sono venuta qui per brevi periodi in passato, ho notato che nessuno mi salutava in ascensore: dovevo aver scritto in faccia qualcosa tipo "hey ragazzi, sono solo di passaggio, non vale la pena essere cordiali". Da quando sono qui con l'intento di rimanere in modo più o meno stabile, invece, ho avuto un lusinghiero score di 5 saluti su 5. Oggi, ad esempio, salgo sull'ascensore del palazzo in cui momentaneamente vivo. Un tizio mi saluta, un giovialone. E biascica una domanda con un "going" finale. Mi pare evidente che sto andando al piano terra e lo guardo un po' così, tra il "Ma che te frega" e il "Ma non lo vedi anche tu". Un piano dopo l'altro, la convinzione di esser stata io, invece, a capire male si fa sempre più chiara.
E infatti, più o meno al secondo piano e in ogni caso con diversi decimi di secondo in ritardo, mi rendo conto che il giovialone voleva solo chiedermi come va. Cerco di riparare dicendo qualcosa tipo "sì sì tutto bene e tu?" (come se me ne importasse qualcosa) e inevitabilmente avvampo, immaginando di giustificarmi con un "scusa sai sono appena arrivata, non capisco molto bene la lingua e bla bla". Ovviamente ho la saggezza di non peggiorare la situazione, quindi aspetto in silenzio di arrivare, saluto (mica scema, ho imparato!) e me ne vado, sentendomi una miserabile. 
Tutto questo perché ho smesso con l'ipod. Tutto questo perché ho deciso di voler ascoltare le conversazioni casuali in giro per strada.
 
PS: Voltato l'angolo ho una piccola rivincita. Mi trovo ad ascoltare due distinti signori che discutono su un affitto. Capisco tutto alla perfezione e continuo felice a trottare sul marciapiede complimentandomi con me stessa: capire alla perfezione un dialogo colto in modo casuale non è cosa da poco per una principiante. Certo, capire alla perfezione quando qualcuno si rivolge direttamente a me sarebbe più utile.

N.d.R

Nel caso probabilissimo in cui qualcuno cercasse la frase 'Come le olive nei martini' su Google e capitasse qui. Nel caso i miei quattro amici che leggono soffrissero di un'improvvisa amnesia da eccesso alcolico (o glicemico) post natalizio. Ecco, due giorni fa sono arrivata in questa città canadese. Ci starò qualche mese. Questo spiega un po' di cose che seguiranno, principalmente gli orari inconsueti in cui il blog viene aggiornato.