come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Lettera

Pensavi ti avessi dimenticato. Un po', forse; cercavo di non guardare la tua finestra, passando. Cercavo di cancellare i sogni. Ma è proprio in un sogno che mi è arrivato un pezzo di una tua orecchia, un giornale sgualcito con una data di dieci anni fa. Urlavano che mi ascolti, che le tue notizie lontane hanno bisogno delle mie parole. E io di te.
Ne ho combinate un po'. Sciocchezze, soprattutto. Come quando scappavamo insieme per parlare di politica, di palloncini colorati che avrebbero sollevato montagne.  L'altro giorno ho rivisto la tua montagna: ci hanno piantato una bandiera sopra e, vaffanculo, mi è sembrato un insulto.
E ho sentito che ero io a insultarti. Con le mie bandiere piantate e lasciate a bagnarsi sotto la pioggia, con le mie corse per timbrare il cartellino, le mie dita puntate sul mappamondo e i miei piedi a bagnarsi nelle pozzanghere. Con i miei biglietti del treno, i desideri obliterati, il sonno dimenticato con la raccolta differenziata sul terrazzo, a gelare.
E' inutile che tu mi chieda "gli altri, gli altri come stanno". Non li ho più sentiti e non li ho sentiti perché saremmo scoppiati in un pianto: troppi problemi a diventare grandi, troppe collezioni di dischi vendute, troppa tenerezza ancora lì a cercare il suo sfogo. Basterebbero le loro voci, le nostre, a farci capire in un istante dove siamo e perché tu non ci sei.
Capisci, vero? Non è ancora tempo di piangere. E' tempo di ingoiare e sorridere, ignorare le nubi, provare a soffiarle via. E' tempo di convincersi che la strada è quella giusta, cantare che andrà tutto bene, che tornerà il sole ocra di Cannes. E torneranno i baci, le urla contente, le ginocchia sbucciate, le caramelle; torneranno i sogni leggeri, il rock and roll, torneranno le stelle. Che quelle, forse, non se ne sono mai andate, che ci aspettano calme dietro al freddo dei lampioni, nascoste dai fumi grigi dei bar, dai nostri Rayban rigati messi sulla testa per scostare i capelli, da te.

La trama del miracolo

"Instead of worrying that he was dull, Madeleine decided he was gentle. Instead of thinking he was poorly read, she called him intuitive. Se exaggerated Dabney's mental abilities in order not to feel shallow for wanting his body". (J. Eugenides - The marriage plot).

Questo succede quando un libro ti parla. E' un po' come un amore. Improvvisamente non senti altro che il desiderio di stargli vicino. Ti isoli insieme a lui, le sue parole che ti risuonano in un'area indefinita tra gli zigomi e il collo. Piano piano ti trasformi: insieme a lui diventi un mostro a due teste, un corpo con due vite e tante anime quanti sono i personaggi che lo vivono. Ogni suono che viene da fuori, la tv, tua moglie in cucina, è una violenza, un affronto; ogni pensiero ti riporta a lui. Arrivi anche a pensare che riesca a dare forma ai tuoi sogni. E poi ti senti lacerato, confuso. Non vedi l'ora di cogliere tutto, ma sai benissimo che, una volta arrivato alla fine, lui non ci sarà più: ci sarai tu, cambiato per sempre grazie a lui e poi ci sarà lui, posato su uno scaffale, violentato, nudo e senza significato.
Trovare un libro da amare è come innamorarsi. Allo stesso modo l'amore è come un libro. Non puoi leggerlo senza arrivare alla fine e solo quando l'hai consumato,  puoi dire di averlo capito veramente. E poi resta solo un oggetto su uno scaffale: tutta la sua vita, nuova o immaginata, dentro la tua.

PS: a prima vista la citazione iniziale non ha molto a che vedere con quanto poi ho scritto. E invece sì.