come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Umore mutevole

Prima di sera ho scritto questo:

"Sarà vera, poi, quella cosa che dicono sull’istinto?
Quando dicono che quando succede la cosa giusta, lui, l’istinto, lo sa? Che ogni paura e ogni esitazione, ogni pigrizia e ogni ostacolo vengono superati quando capita la situazione, l’affare, la persona, il momento giusto?
È rassicurante, sì, ma è vero?
L’istinto esiste o è solo quell’entità astratta che ci permette di sopravvivere alle nostre paure, o di procrastinarle?
 
Quante domande. Sta arrivando l’autunno e non ho l’ombrello e la mia vita, oggi, mi sembra un po’ così: una corsa sotto la pioggia e un ombrello bellissimo dimenticato chissà dove."

Ora lo rileggo e penso che forse piove ancora, ma forse il mio ombrello bellissimo io l'ho ritrovato. O era sempre stato qui, ma non lo vedevo. E comunque domani sarò a Barcellona, e si sa che a Barcellona splende sempre il sole.

Lo shopping pericoloso

A volte succedono cose che sono come avvertimenti. Un po’ come chi dice che il corpo, attraverso le malattie, ci parla, ci manda dei segnali. Ecco, se i piccoli incidenti sono messaggi della mente o del destino, come interpreto la breve serie di incidenti innocui ma fastidiosi capitatami durante la mia ultima sessione di shopping?
 
Scena prima, negozio Frau. Ci sono degli stivali esposti in una nicchia con delle mensole di vetro (invisibili, giuro, invisibili). Mi chino per prenderli e mi prendo una botta in testa che fa vibrare tutto il negozio. La commessa mi guarda, ma io ostento naturalezza, quasi piacere. Morendo dentro, ovviamente. Dopo tre minuti esco dal negozio con un paio di stivali nuovi e un enorme bozzo fucsia sulla fronte.
 
Scena seconda, negozio di abbigliamento giovane e costoso. Felpe Holly Hobbie. Dico: Holly Hobbie nel 2010. Una le deve guardare da vicino... cosa che in confronto Kiss me Licia è roba moderna. E così ho fatto. Solo che usano davvero troppo vetro in certi negozi. Che bisogno c’è, mi dico? Ma soprattutto, come puliscono? Giuro che era invisibile. Questo l’ho preso dritto appena sopra l’arca sopraccigliare. Una fronte che è un Mondrian. 
 
Scena terza, scala mobile. Fiaccata dalla commozione cerebrale, decido di tornare a casa. Ma qualcosa me lo impedisce. E non è una metafora. La stringa dell’all-star destra si incastra nell’ultimo scalino. Resto bloccata in una semispaccata alla Carla Fracci per un po’, mentre tutto il centro commerciale batte le mani al ritmo della morte del cigno. Solo il gesto virile e la forza bruta di un impavido cavaliere (mio padre, poche illusioni) risolve la situazione e mi libera dalle fauci del mostro a gradini.
 
A me sembra evidente che questi eventi nascondano un messaggio contraddittorio. Comprare o non comprare? Questo è il problema.

Una donna per tutte le stagioni

Come idea le mezze stagioni mi piacciono. Il problema è che non sono mai mezze. Un giorno sono tre quarti, l'altro un settimo. E allora come prevedi quale sarà il quarto di autunno prevalente? Comunque ti regoli, sbagli. Come la tizia che ho visto prima in farmacia (malanni di mezza stagione), che aveva una gonna, calze 60 denari, stivali e giacca di lana e parlava con un'amica con vestitino di lino, infradito e sciarpetta di seta a coprire solo un po' la gola. 
E adesso sono qui, in casa, e guardo un angolo di cielo sopra i comignoli e vorrei uscire, ma è troppo freddo e vorrei mettermi dei calzettoni di ciniglia morbida, ma è troppo caldo. E penso che la mia vita, accidenti, è sempre una mezza stagione sbagliata.

L'amore ai tempi della paura

A volte cerchiamo di anticipare le cose. Ci prepariamo agli eventi. Pensiamo, prevediamo, immaginiamo, progettiamo. Per non farci trovare sorpresi, per bisogno di controllo, spesso per noia.
Ma ancora prima che arrivi il momento, tutto l'insieme delle circostanze, le persone coinvolte, noi stessi saremo cambiati. E tutte le previsioni non saranno servite a nulla, se non a esercitarci alle diverse possibilità.
Questo vale, un po', nelle faccende pratiche. Domenica cambio le lenzuola. Ma se domani rovescio la tazza di camomilla che sto cercando di bere mentre leggo a letto, allora finisce che le lenzuola le cambio domani. Sarebbe sciocco dormire quattro giorni nelle lenzuola appiccicose di tisana, no?
Tanto più vale nelle faccende di cuore. Come possiamo pensare cosa diremo, cosa faremo fra un mese quando finalmente avremo vicina la persona che ora tanto desideriamo? Magari quella, tra un mese, si presenterà con la sua nuova dolce metà. Magari saremo noi, nel giro di due settimane, a stancarci del pensiero di lei e quella sera decideremo di stare a casa a guardare la TV (o di uscire con Markus).
La vita è costante cambiamento e solo accettando di essere protagonisti di questo cambiamento possiamo andare avanti sfruttandone al meglio spinta. La cosa più folle che possiamo fare è lasciare che il nostro bisogno di controllo, la nostra paura, ci freni dal vivere il futuro che ci si prospetta. Fino al paradosso: avere tanta paura di una cosa che quando sarà qui, invece, sarà la nostra più sublime fonte di gioia.
Insomma, alla prossima amica che mi dice "ho paura di innamorarmi", ruberò un baluetto Vuitton alla prima stronza che passa e glielo spaccherò in testa (all'amica, non alla stronza).  Perché, amica, avere paura di innamorarsi non ha senso. Se ti innamorerai, sarai così felice che non ci sarà traccia di paura nel tuo cuore. E se non ti innamorerai, a cosa sarà valso angustiarsi tanto?

Parlo come un manuale di autoaiuto scadente, vero?

Pioveva sempre

Pioveva. Come ogni volta che ti ho visto, pioveva. Un inizio tardo di autunno, la prima pioggia di sorpresa dopo un settembre lungo, troppo caldo dopo un agosto tropicale.
Quando era neve non c'eri. Sepolto nelle tue coperte o a zonzo, lontano. Non che io mi chiuda in casa. Temo il freddo, lo temo tantissimo, ma mi copro, strati di seta e lana e roba sintetica e ancora lana. La pelle che diventa bella, le serate seduti sul parquet. Asciutti, senza di te. Non sei mai stato tipo da stagioni intense. Non ti immagino con una tuta da sci. Potrei pensarti in costume?
Aprile era una noia di pioggia, non vedevi l'ora che finisse. Guardavi il meteo, io i miei stivali. Reggeranno fino alle infradito, fino a domani? E avrei voluto mettere un vestito nuovo, quello leggero. Non pensavo a te e sei arrivato, nascosto dietro un ombrello di pioggia dritta, infinita. Quella che porta piccole frane di capelli arricciati.
Volevo così tanto l'estate. Tanto che è arrivata. Dici è normale. Non è vero. A volte le sfuggiamo volando verso nord, come le oche. Come noi. L'asfalto che vomita vapore, il sole e le sue creme. Non sei mai stato tipo da stagioni intense, ma abbiamo avuto il nostro temporale. Grazie a dio: sarei morta senza, sarei morta vedendoti respirare, io che non respiravo. 
E ora inizia un altro settembre. Subito, così presto. Troppo, dici, non hai amato l'estate come avresti voluto. Ti chiudi in un planetario per vederti addosso un pezzo di sole. Che idea, ti dico, ed esco a comprare un altro ombrello colorato. Mi faccio bella per un nuovo autunno, ma temo la pioggia per quel che non mi darà.

Garfield e la ciabatta marocchina

La gente è interessante, se la guardi.

Oggi, ad esempio, ho visto un bambino con una meravigliosa maglietta di Garfield con scritto Do I look like I care? Quello sì che sarà un bel tipo da grande: lo sciupafemmine strafottente che fa tanta tenerezza. Il tipo che non vorresti mai che inciampasse sulla strada di tua figlia, ma che preghi ogni sera possa inciampare sulla tua.

La scorsa settimana, prima che il generale inverno venisse a buttare il naso prematuramente sul nord Italia, c'era un tizio che stava tutte le sere seduto su un marciapiede vicino casa mia. Quattro volte sono passata, in quattro diversi orari, e lui era sempre lì, con un computer portatile sulle ginocchia. E scriveva. Sì, forse usava il wifi di un liberale abitante del palazzo in attesa dell'apertura di un vero Starbucks a Milano. O forse no. Forse scriveva fiabe sulle scarpe che passeggiano di sera. C'era una volta una graziosa ciabattina marocchina che si annoiava nel suo castello polveroso tra via Roma e corso Siracusa. O tentava di scoprire i conti falsati del bilancio della scuola di ballo all'angolo. Magari era una spia, o aveva litigato con la moglie. Sembrava un tipo normale, dopo tutto.
 
E poi la chicca: la coppia di mezza età con roulotte e verandina che cena all'aperto in una piazzetta proprio dietro Corso Genova. Così, come se fossero in un camping di Bibione. Come se potessero vedere il mare blu di un'isola croata oltre il muretto di recinzione del cacatoio dei cani.
 
La prossima volta ci parlo: chiedo al ragazzino quanto vuole per la sua maglietta (e per giurare di non rivolgere mai la parola a mia figlia), ai signori della cena se mi offrono un tocco del loro pecorino. E al tizio strano che scrive? A lui non dico nulla: mi ci siedo accanto e inizio una storia su una ciabatta marocchina che incontra un liso scarponcino Lumberjack proprio all'incrocio tra via Roma e corso Siracusa.