come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Tanti auguri a noi!

Oggi le olive compiono tre anni. Tanti auguri a noi. Quasi piango.
Forse le ho un po' trascurate: sto avendo un momento pieno di altro, di altro dalle olive, da me.
Ma le olive sanno che quando è il momento delle cose importanti è a loro che torno.
E lascio il porto per un bicchiere di martini.

Zoppicare in uno stivale d'alta moda

Guardavo i documentari sulle migrazioni, prima. Questi animali che si muovono per trovare il cibo, o l'acqua. Per riprodursi.
E poi leggo di giovani italiani che vanno all'estero. E' un tema che va di moda, ultimamente. L'Italia fa schifo, non dà opportunità, vige la peggiocrazia, si discriminano ancora donne e stranieri, non si dà fiducia ai giovani, il settore pubblico vive di raccomandazioni e mazzette, siamo sempre all'ottantottesimo o al centotrentottesimo posto di tutte le classifiche. Sempre dietro la Spagna, a volte Cipro, nel peggiore dei casi l'Uganda.
E' vero. Ci sono posti fuori dall'Italia dove si sta meglio: l'ambiente è tutelato, la diversità valorizzata, la creatività incentivata. Dopo tre giorni a Vancouver stavo già bevendo un caffè con un tizio che voleva coinvolgermi nella sua start-up. Non parlavo un inglese perfetto e non so quanto potesse comprendere la ricchezza di un curriculum costruito nello stivale che zoppica. Eppure mi ascoltava veramente: non mi dava un'opportunità, la stava cercando insieme a me.
E ora sono qui e leggo le storie di questi giovani che sono andati a cercare la loro acqua oltre frontiera e sono contenta per loro, so come si sentono, l'orgoglio e la malinconia di essere diversi sempre e comunque. E poi penso a me, alla contraddizione tra il pensiero che altrove è meglio e l'orgoglio di riuscire bene qui, adesso, nonostante. Perché essere aperti a ogni contesto è un merito, ma arriva il  momento in cui è un merito cominciare a essere aperti al proprio, di contesto. Potrei lavorare bene in Spagna, avere successo in Nuova Zelanda, ma ho smesso di pensare che ci sarebbe più gloria che farlo qui.
Forse se i cervelli in fuga tornassero, in massa come le zebre, forse gli avvoltoi che mangiano la nostra carne sociale volerebbero via spaventati da tanta vitalità, da tanto genio, una volta per tutte.

Le solite cose

Ho dormito un sonno teso. Una cosa che la fisiologia non ammette: pugni, un cuore che è un cavallo.
Eppure profondo, lontano, dimentico. Finché mi ha svegliato il fruscio delle lenzuola: ci correva sopra il ricordo di una carezza, un fiato dietro al collo, non sapere dove mettersi. Mi ha calmato, e era solo il pensiero, la corsa di una nuvola di zanzare che si scioglie dalla tua pancia e accarezza la mia.
E la vorrei ancora. 
Poterti parlare davvero, mio antidoto, mio salvatore. Poterti chiedere: egoista, pretendere, volere.
Ma io non me lo permetto e tu no, tu non mi lasci. Così mi perdo nella concretezza, gesti e pensieri: pulisci il tavolo, riordina i vestiti e ti dico le solite cose, che sto bene; ti do miei consigli, soffio scene e immagini sul mio io lontano, pitturandolo nel tuo, che ascolta i consigli, ascolta che sto bene.
E mi chiedo se lo sai, ma lo so che lo sai, mentre guardi le solite cose.