come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Una vita in Bicocca. Parte terza: guardiamoci in giro.

Che poi entrare al lavoro da una grande cancellata fa molto orgoglio operaio. Ci sono tutte le scritte e le bandiere rosse e arcobaleno.
 
Da piccola giocavo ai partigiani, ora al comitato proletario. Ognuno ha le battaglie ideologiche che merita. Quindi continuo a percorrere la strada-cortile che mi porta in ufficio, leggo gli insulti a questo o a quello, fiera del mio cappottino svasato che mi va sentire un po' Rosa Luxemburg e penso che si deve pur fare qualcosa.
Solo che non mi vengono grandi idee e la sola legale è guardare.
 
Ci sono gli studenti, belle speranze, e un po' di gente come me, che arriva in macchina con la faccia di quelli che sperano che non gli fottano l'autoradio mentre lavorano e non importa se ormai nessuno ruba più autoradio: la faccia è quella e non si scappa.
E poi ci sono i signori delle tute arancioni, che la prima volta che li ho visti ho pensato fossero tutti portantini dell'ospedale all'angolo. Ma no. Lavorano per l'insultato signore delle scritte, indossano tute arancioni da portantino ma un po' più sporche e mangiano un panino prima di mezzogiorno e mezzo. Più tardi c'è un altro lavoro, o anche solo il tubo del vicino che perde, che far favori aiuta. Chiacchierano a gruppetti e non riesci a sentire di cosa: rischiano di perdere il lavoro, osservano i bambini che dondolano su altalene arrugginite, senza troppa voglia di volare oltre le reti di recinzione verde sventrate.
 
Allora mi sento un'estranea e una privilegiata. E anche un po' stronza: ché anche se gli occhi fanno male e c'è aria viziata sul soppalco del loft hi-tech, è troppo facile sentirsi Rosa Luxemburg quando si passa la giornata inventando parole, bevendo caffè e cercando nuove metafore visive per il concetto di target. 

Proiezioni miracolose

Guardate un po' i telegiornali e vi tornerà la speranza.
Che dico, la fede.
Guardate i TG adesso: non serve cambiare canale, ne basta uno solo.
Non siate scoraggiati dai calcoli, non bofonchiate enunciati statistici.
Uscite dai pregiudizi sui numeri reali.
Adesso hanno vinto tutti. 
E' la moltiplicazione dei voti e dei pesci, uomini di poca fede.

E poi

Poi arriva il momento in cui ti dici "Eh no. Uff". 
Il momento in cui non hai più palline di mercurio da raccogliere. Quando passa l'emergenza e arriva la noia. Il momento in cui qualcuno che non ti piace ti dice qualcosa che non ti piace. O quello in cui qualcuno che ti piace dice qualcosa che non ti piace.
Ti passa la pazienza, ti stufi. Uno stufi onomatopeico, con la u lunga e la f che sibila. Finisce che ti sembra di non approvare nulla in questo mondo. E passino le ingiustizie, le epidemie, la fame e la guerra, ma quella tipa scortese no. Quel cartello sbagliato, il tacco rotto, il latte scaduto, il parcheggio sbagliato.

E riempi la stanza di sbuffi batterici, che se fosse elio la stanza inizierebbe a volare. E allora sì, sapresti dove andare.

Ma poi ti dicono che con il raffreddore, almeno, non senti puzza di piedi. Ti dicono: guarda! Basta guardare: persone belle vedono cose belle.
E allora guardi e ci sono le viole nelle aiuole. E c'è il sole, e un bel po' di gente che hai l'impressione di avere già conosciuto. La nuova amica con cui imbucarsi ai vernissage, la pubblicità di Armani, l'insegna della Bank of China. Gli amici che hanno sempre il frigorifero pieno; telefonate buffe, canzoni infinite; ci sono lacrime di liquirizia, signori che parlano di Gaber. C'è un compleanno che si appresta e una frase da trovare. Un altro weekend al mare. Andiamo, sì, non possiamo non andare. E la metro che arriva al momento giusto (questo non accade, ma a volte succede) e il cartomante che dice "la vita è accumulare". 

Esperienze. Accomulare esperienze come scala a pioli verso un paradiso che non c'è.

Sta pegghio chi spara o chi mangia un bigné?
La vita è la vita, non ci sono perché.

NDR: le viole selvatiche ci sono davvero, a Milano, però non in Bicocca.
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Non può piovere per sempre

Non può piovere per sempre. Certo che, con la faccenda del surriscaldamento del globo, non si sa mai.
Ho avuto 72 ore piuttosto impegnative, ma non ho nessuna intenzione di farmi scoraggiare. Anzi. Voglio pensare che la serie di piccole noie iniziata qualche giorno fa sia, invece, preparatoria di un periodo di splendente felicità e di sfacciata fortuna.

Il primo evento, furto con atto vandalico, non mi ha sconvolto più di tanto. Solo rendermi conto di non avere più il mio ipod sgualcito mi ha fatto cedere per qualche secondo. Canticchio nella mia testa, spero nel karma e vado dai carabinieri. 
Le forze dell'ordine non aiutano. Ma io invoco le forze del caos, faccio una faccia triste e li convinco che non posso avere un documento se sono lì per denunciare il furto di tutti i miei documenti. Ma io sono io e, se vogliono, ho le prove.
Più difficile è convincerli della dinamica dell'accaduto. Quando al mio dettagliato resoconto rispondono "Ma come è possibile?", li guardo pensando che mi stanno prendendo in giro. Poi mi ricordo di un paio di barzellette e mi torna la pazienza. Spiego come se dovessi spiegare a un bambino di sei anni, no... come se dovessi spiegare a un tronchetto della felicità, e... Elementare Watson! la forza dell'ordine annuisce quasi convinta.

Il fine settimana procede rocambolesco, con una faringite fulminante, una febbre da cavallo e un guasto alla rete internet, mentre la nuova settimana inizia con un'influenza, che non mi fulmina ma mi butta a letto in un dormiveglia onirico degno di David Lynch. Nei pochi momenti di veglia gioco a Memory sul pc, leggo un po', guardo Dexter e rompo un termometro.

Ora, almeno, potrò ingannare l'attesa dell'imminente periodo di splendente felicità e sfacciata fortuna raccogliendo palline di mercurio dal pavimento.

Una vita in Bicocca. Parte seconda: salute sul posto di lavoro.

Ho incontrato di nuovo il tizio della fermata di Lenox Avenue, il che mi fa pensare che non avesse sbagliato, l'altro giorno. Era di fianco a me mentre aspettavo di attraversare, con la sciarpa sulla faccia per non sentire lo smog. Tra poco farà caldo: dovrò organizzarmi con una mascherina o finirò con lo slabbrare tutte le mie maglie estive. 

Pizzica il naso, lo smog: non è salutare. Molte cose non sono salutari qui.

Prendete l'ufficio. L'ufficio è bello: ampio e bianco, vetri ovunque, tubi e cavi a vista. Superato il complesso del pesce rosso hi-tech è anche carino.

A una certa età, tuttavia, si iniziano ad apprezzare cose più concrete della bellezza: la sopravvivenza, per esempio.

Il mio gruppo, in ufficio, sta su un soppalco. Il che ha solo due punti positivi e una lunga serie di punti negativi. Il primo punto positivo, che sarebbe il godere di una buona vista, va già escluso: guardiamo il muro, anzi, io in particolare guardo una serie di enormi, inquietanti tubi neri che, se non fosse per tutti quei mattoni, giurerei di essere nella sala macchine del Titanic.  

Il secondo punto positivo è che per andare in bagno o alla macchina del caffè si devono fare due rampe di scale. Vorrò illudermi, ma sento di avere quadricipiti già più tonici. Si dice che la diminuzione della frequenza di spedizioni al bagno avrà una ricaduta positiva anche sul pavimento pelvico. Per questo secondo benefit sono ancora in fiduciosa attesa.

Ma adesso lamentiamoci un po'. Gli aspetti negativi sono infiniti: le luci artificiali sempre accese, il riverbero bianco dei muri, il riverbero bianco dei pavimenti, il riverbero bianco delle guance del mio capo. Non si vede traccia di verde nel raggio di chilometri. Devi andare fino alla vetrina di Intimissimi del Bicocca Village per vedere qualcosa di verde con dei fiorellini sopra.
E poi le continue fastidiose scosse elettrostatiche, l'odore di chiuso, il calore che sale, il baccano che sale, l'odore di cibo riscaldato che sale... che se ci pensi, sembra di essere in un esperimento per calcolare la resistenza di un uomo a tutte le più sfavorevoli conseguenze delle principali leggi fisiche.

La gente del piano terra sembra resistere bene,  mi dico.
Mi abituerò, mi ripeto.
Sì, ma loro non hanno la cosa del soppalco e del tutto che sale.

Con oggi siamo a dieci giorni.

Desideri inconfessabili

Corea del Nord - È stata eseguita la condanna a morte dell'ex responsabile delle finanze Pak am-gi, sotto accusa per il fallimento della riforma monetaria del paese. 

In certi posti si esagera, eh. E la pena di morte è deprecabile, un’aberrazione dell’umanità, lo schifo dello schifo. Eppure, per un istante, non ho potuto fare a meno di immaginare Tremonti in tuta arancione che chiede, povca tvoia, di fumare l’ultima sigaretta.

Rompere un'amicizia

Ci sono poche cose per cui romperei un'amicizia.

A esser sincera, credo di non aver mai rotto un'amicizia. E non che non abbia avuto i miei buoni motivi. Questioni di My Little Pony e Polvere Starnutina, prevalentemente.

Ma se dovessi andare al cinema con un'amica e dovessi addormentarmi e lei non dovesse svegliarmi mentre, nell'unica scena romantica del film, suscito l'ilarità della sala russando come un maiale con la tracheite... ecco, se mai mi trovassi nella tapina situazione in cui si è trovata la signora bionda nella fila dietro la mia stasera durante Did you hear about the Morgans? sì, probabilmente butterei a mare anni di confidenze, scambi di figurine di Angelorso, allenamento al limone lanciato, chiacchiere, sbronze e shopping.

Forse la signora non ha sentito nulla dei Morgan, ma noi senz'altro abbiamo sentito grandi cose dalle sue adenoidi. 

A che cosa pensano i vecchi

E’ un po' di tempo che mi sorprendo a osservare le persone mature. Anagraficamente mature, intendo. Non ho mai visto la compiutezza come pregio; siamo soggetti in divenire, mi dico.  Per questo non mi sono mai interessata ai vecchi. Nemmeno le persone più grandi; ho sempre avuto più interesse per i progetti che per le case, più il treno che l’albergo. Ho sempre trovato noiosi i prodotti finiti.

Ma ultimamente la mia immaginazione viene catturata spesso da figure che un tempo passavano come fantasmi inascoltati nel boschetto della mia fantasia.

Ultimamente mi capita di guardare quella bella donna sopra i quaranta, ben truccata, con un vestito carino e l’aria indaffarata. Guarda il mondo come se galleggiasse al livello del suo sguardo, senza timore, senza aspettative, curiosa e sicura. Non che non ci siano cose che la preoccupano, ce ne sono ogni anno di più, ma sono cose e lei le guarda, le studia, le affronta. La vita è un gioco di cui conosce le regole, ma che si presenta a ogni partita con un cartellone nuovo. 

E poi guardo le donne anziane in gruppo al bar. Sento i loro battibecchi, guardo i loro volti cascanti sotto un trucco ben curato e provo a immaginarmi cosa pensano, se hanno paura, se sono stanche, se si divertono, se hanno ancora voglia di cambiare. 

Forse c’è sempre qualcosa da fare, non importa quanto si è vissuto. Forse avere pace è essere finiti. E noi non vogliamo esser finiti, almeno finché non è finita.

Una vita in Bicocca. Parte prima. Il viaggio.

Prologo
Il dibattito su quale mezzo di trasporto utilizzare per arrivare nel nuovo ufficio è stato acceso. I sostenitori della metropolitana a tutti i costi si sono scontrati con quelli del piuttosto un’ora, ma nella mia macchina. Un postaccio, dicevano; prendi il tram, non è male! Ma no, treno e bici. Solo bici, che ti frega! Ma rischi la morte in bici.  Oddio, ho visto il cartello Benvenuti a Milano. Diciotto fermate? Dovrò alzarmi alle otto. Oh beh, per fortuna arriva la bella stagione.
 
Primo giorno
Nevica, a Marzo, sul 45° parallelo. Dicono che la Bicocca sia sullo stesso parallelo di Brera, eppure nevica e sembra di essere su un altro pianeta. 
Ieri ho fatto una prova. Il sole splendeva, il vento sferzava. Giromilano suggeriva una fermata sbagliata, così mi sono trovata a camminare per 2 km su Fulvio Testi, inalando un quantitativo di benzene sufficiente a farmi vedere il bianconiglio vendere mimose all’angolo, rigorosamente in 3D. Ho cronometrato e il tempo di percorrenza era di poco inferiore a un viaggio Milano Parigi in Aerobus. E’ spaventoso come il trasporto aereo abbia cambiato la nostra percezione del tempo e dello spazio.
Oggi, invece, scendo alla fermata giusta. Con il brutto tempo anche i tram vanno a rilento, ma scendere alla fermata giusta aiuta. Mi sono ricordata la sciarpa,oggi, anche se è Marzo, e sono felice. Guardo le scritte di rivalsa operaia sui muri e un tizio che sembra uscito dalla fermata di Lenox Avenue. 
Canticchio senza voce. Ci vuole tutto Love will tear us apart e un pezzetto di Vedi Cara, ma per le nove e cinque sono in postazione. Si comincia.