come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Il fascino della divisa

Sto prendendo una certa dimestichezza con le forze dell’ordine.
Con quelle del caos sono amica da anni ormai. Le ho addomesticate ai tempi della montagna di jeans e magliette sulla sedia della scrivania, dei libri con le orecchie buttati sotto il letto, dei pomodori dimenticati in auto per tre settimane.
Ormai le divise non mi spaventano più. Giorni fa ho gestito alla perfezione un confronto ostile con un controllore delle ferrovie dello stato e ormai aiuto i carabinieri a risolvere i casi. Elementare Watson: il baule di un’auto può essere come la stanza con il morto chiusa a chiave dall’interno.
Ho fatto anche da mediatore culturale: alcune forze dell’ordine non conoscono il francese, molte l’italiano. Alcuni sono scontrosi, un paio suscettibili al fascino di una scollatura. Quelli di campagna, come il topolino, più simpatici di quelli di città. 
Ho imparato molto nel corso degli ultimi due mesi. E la mia borsa è stata per un po’ un archivio di denunce, verbali, addendum, fotocopie e altre denunce che manco gli archivi di Un giorno in Pretura.
Ma ora dovrei essere libera.
È un processo dialettico, il dissimile viene assimilato e, così, superato. Ora sono pronta per affrontare una nuova divisa: rossa, con fischietto.

Senza nome

Non ho voglia di morire dalla voglia. Di non stare nella pelle, di fare il possibile. 
Rincorrere, desiderare.
Resto muta davanti alle stelle che cadono e cerco il coraggio di aggrapparmi a questa luna salda d'estate.
E' che sono un po' stanca. Non di fare, non di vedere. E' il resto.
Voglio asciugare l'acquolina, adesso, chiudere gli occhi, rimbambirmi.
Voglio essere presa a calci, piuttosto. Salutata, raccolta, scossa. 
Una carrozza, un caleidoscopio.
Essere portata via.
Non morire dalla voglia. Rinascere dalla sorpresa.
Dallo spavento, piuttosto.

La musica adatta

Lo scricchiolare della puntina sul disco; il copriletto verde, pizzicore scozzese che arrossa le cosce incrociate. Hai sbarrato la porta con una vecchia sedia. Lasci entrare solo il sole, che muove con il vento la tenda bianca: un ricordo di fantasmi, fantasmi senza occhi, che si muovono soli, ridendo nel pulviscolo. Odore di erba e pollini, profumo leggero di strada, di arrosto. 
Rotoli anche tu, come i palloni nel cortile, come il vinile, come i batuffoli di polvere. 
Ascolti musica che non dovresti capire - “vieni a guardare i cartoni!”. La ascolti leggendo le parole: quella grafia arcigna e divertente, tutta maiuscola.
Decidi che farai anche tu le E senza sbarretta verticale. Arcigna e divertente.
Decidi che anche tu sarai una pila di sbarrette sdraiate senza legame, pronte a volare scomposte al suono di una chitarra, tra la via Emilia e il West.

La dialettica tra breve e lungo termine

Ho visto un’ex collega a pranzo giorni fa.
Dice che il suo fidanzato le ha chiesto di sposarlo dopo tre giorni che la conosceva, che ha passato più di dieci ore negli ultimi due giorni a visitare case da acquistare e ha visto i genitori del fidanzato cinque volte in una settimana.

Il magro bilancio dopo questa conversazione è stato:
  • io, dopo tre giorni che conosco qualcuno, trovo ardito anche chiedere "caro, mi passi il sale?";
  • in due giorni non sono stata nemmeno dieci ore a casa mia (notte inclusa);
  • la massima vertigine di stabilità che posso sopportare è l’acquisto di latte a lunga conservazione;
  • saranno dodici anni che non vedo i miei genitori cinque volte in una settimana;
  • anche in un mese, a pensarci bene.

3, 2, 10, 5.
Magari me li gioco al lotto.
Se vinco mi compro latte a lunga conservazione per dieci anni. 

Qualcosa di sbagliato

Un anno fa prendevo il sole in bikini su una spiaggia canadese.
Oggi corro sotto la pioggia con gli stivali pesanti, il giubbotto di pelle e un ombrello rotto.
Non può essere solo colpa del vulcano islandese, del Nino o dell'uso indiscriminato della soia geneticamente modificata (molto gustosa, peraltro).
Ci deve essere qualcosaltro che mi sfugge. Qualcosa di profondamente sbagliato.
E io non lo so. 

Tempo di scendere

Il treno ha iniziato a scendere, veloce. Sembrava inciampare. Sembrava gli si fosse bucata una gomma sul lato destro. E poi si è fermato; è rimasto lì, come se se ne fossero dimenticati. Pensavo non ci fosse più nessuno alla guida, pensavo che il tizio che avevo visto passare pochi minuti fa potesse tornare trasfomato in zombie. Il muro grigio a sinistra, troppo vicino, e i treni ragliare sul livello più alto della ferrovia, a destra. 

Eppure non avevo paura. C'era del cibo nella mia borsa, avevo musica ancora per qualche ora. E la pioggia ticchettava sui vetri. Le gocce diventavano sempre più grosse, rimbalzavano sulle foglie dei cespugli di more, cadevano lente dai noccioli sottili ai biancospini battuti dal vento e io mi dicevo "forse aspettano che smetta di piovere, tanto non ho fretta: è meglio se non piove quando arrivo". 

Invece all'improvviso ha ripreso a zoppicare, lentamente prima e poi sempre più veloce, fino a trovarsi a correre in un lungo campo arato da vagoni Transcereal. 
Stava rientrando, stava arrivando. Lui lo sapeva e perciò correva zoppicando, come se il male non esistesse più. Ma la pioggia non la smetteva di battere e i cespugli di gelso lasciavano posto a cartelli stradali di luoghi conosciuti. Ora sì, ora avevo paura. 

Coninua a piovere

Evidentemente le dimissioni di Scajola non sono state sufficienti.

Hai trovato un modo per farmi sorridere

 

F: Oh, ma tu non scrivi più?

L: Sono  un po’ stanca e svogliata. 

F: Eh. Sei sempre fuori a bere.(brava)

L: No, ogni tanto vado anche in piscina.

L: :(

F: Comunque trovo che il tuo broncio sia molto sexy.

L: :) 

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