30/04/10 15:16
Il giorno in cui Kali Malaussene non si presentò al lavoro
Quel giorno successe.
La primavera si era sciolta nelle ultime piogge, spruzzando pervinca sui grattacieli.
La dama Malaussène era stanca. Le colleghe dicevano; dicevano “è la primavera”, dicevano “riposa”, aggiungevano “corri”. Ma la dama non stava bene, sentiva le sue mille braccia cascare.
Era stata una settimana pesante, la precedente. Tutti quei pavimenti da lavare, articoli su Nature da pubblicare, una legge da promulgare che non la convinceva più di tanto. E suo marito. La bisboccia con l’amante che pretendeva di più, il circolo di lettura della parrocchia, la reunion degli ABBA da organizzare.
Fu così che successe. Quel giorno la dama Malaussène non si presentò al lavoro. Quel giorno le caddero le sue mille braccia e, a dirla tutta, anche i marroni.
20/04/10 23:28
Tutto è una metafora. E questo è il casino.
Questo sarà un post complicato. La farò semplice.
Il punto è che le cose semplici sono difficili. La cosa facile è che questa è una tesi che si autodimostra comunque la metti.
Nel mondo ci sono le cose e ci sono le parole. Le cose hanno nomi e le parole hanno significati. Poi ci siamo noi, che siamo dei frullatori.
In questo universo sarebbe molto meglio essere dei trapani da carotaggio (non so se esistono dei trapani da carotaggio nel mondo delle parole, esistono però nel mondo delle cose, e sono degli oggetti che tagliano lunghe carote di terreno portandone alla superficie, cioè sul tavolo del geologo, tutti gli strati).
Un trapano da carotaggio vedrebbe una cosa, ne pronuncerebbe il nome, percebirebbe il significato e via con un'altra. I pensieri sarebbero carote di cose, nomi e significati poggiati ordinatamente l'uno sull'altro. Nessun dubbio, nessuna incomprensione, niente doppi sensi. Strati.
Ma le cose semplici sono difficili. E infatti noi siamo frullatori. A noi piace confondere gli strati, rimescolarli; così prendiamo le cose e diamo loro tanti nomi e a ogni nome un significato e un valore a un significato. Poi frulliamo.
Se frullate fragole e banane, potete dimenticarvi del rosso e del giallo. Se frullate, tutto assume un tono arancione che non avrà nulla a che vedere né con le fragole né con le banane (né, a dirla tutta, con le arance).
Paranoie, poesie, teoremi e canzoni. Frullati.
Istruzioni per l'uso, cartelli stradali, epitaffi: frullati.
Codici, formule, chiacchiere, premonizioni. Sempre frullati.
Insomma, la vita è come il reparto ortofrutta dell'Esselunga. Non importa quali frutti metterete nel carrello, il vostro frullato sarà sempre arancione.
13/04/10 23:22
Hilton
Ho voglia di passare un po' di tempo in un grande albergo.
Uno di quei grandi alberghi anonimi, ma di discreto lusso. Lo immagino in una città coloniale decaduta, dove non ci sia nulla da fare se non guardare: afa che ti abbraccia uscendo dalla porta automatica, palme, stucco color pastello che cade dai cornicioni.
Oppure una grande città industriale, dove trovare al massimo un Hard Rock Café. A Detroit, per esempio. Chissà se a Detroit c'è un Hard Rock Café. Ma non ci andrei, cenerei in albergo, berrei qualcosa al bar. Potrebbe esserci qualcuno che suona, a volte c'è.
Osserverei i clienti da dietro il menu. Commessi viaggiatori che slacciano il nodo alla cravatta, una famiglia araba, un giornalista. Capirei che è un giornalista dalla mancanza della giacca. Dicono molto, le mancanze. "Ciò che non ho è ciò che non mi manca", cantava de André. Ciò che sono è ciò che mi manca, dico (posso?) io.
Le pareti sarebbero tappezate di specchi, per moltiplicare gli spazi, abbondare di immagini. Colore ecru ovunque, tranne che nelle divise dei camerieri: nero d'inverno, bordeaux per l'estate. Sprofonderei nella poltrona matelassé sotto la kinzia, leggendo un libro in una lingua che non conosco. Porterei sempre un foulard di seta al collo e mi sforzerei di non sedermi a gambe incrociate.
E poi in camera, tante ore. Passerei la notte a guardare fuori, a fare lunghi bagni, con la tv su una soap opera messicana senza volume. Potrei anche ordinare una cena in camera, per una volta, e alzare il coprivivande immaginando di trovare una pistola. Sarebbe il massimo per l'immaginazione. Un albergo è una tabula rasa in quattro dimensioni, e l'ecru si porta con tutto.
Sembro malinconica? Forse. Forse è per questo che torno. E non c'è miglior posto di un albergo da cui tornare.
06/04/10 22:58
La minaccia dei vincitori
Grazie Lombardi. Non vi abbandonerò mai.
Non mi sentivo così dai tempi dell'anteprima di Scary Movie.


