Come è finita con la luna
Il discorso con un amico mi aveva fatto riflettere su quanto la ricerca della perfezione, a volte, non sia altro che fuga ingengua da una felicità che ci spaventa. Da qui la luna e tutto il resto.
Non sono stata completamente onesta, tuttavia. La verità è che il discorso, raggiunto quel picco di lirica maturità, si è poi involuto verso la ricerca di nuovi e più sottili alibi per la rinuncia al vero amore.
Essendo entrambi mediamente disadattati nei sentimenti ma decisamente brillanti nel ragionamento, non è stato difficile giungere alla conclusione che, ok, si può smettere di cercare la persona perfetta, però cazzo, almeno il momento giusto ci deve essere.
Ecco perché non siamo soddisfatti: i nostri momenti giusti non coincidono mai con i momenti giusti altrui. Camminiamo su nastri trasportatori programmati a velocità confuse e imprevedibili, con la persona giusta (o quasi) sempre un po' indietro o molto più in là sul nastro a super velocità.
Non fa una grinza: "Non sei tu, sono io"; "Sei la persona giusta al momento sbagliato"; "Esco da una storia di tre anni con un tipo".
Quella sera sono andata a letto con la certezza che sì volevo cercare la mia luna privata, ma che nel momento in cui si fosse rivelata pallida, offuscata o semplicemente troppo lontana, avrei comunque avuto il mio bell'alibi nuovo, pronto all'uso e testato da almeno un paio di generazioni di disadattati come me.
E proprio mentre lo stavo rispolverando, fiaccata dalla bruma autunnale e da una letargica indolenza, il mio amico mi ha scritto: "L'ho trovata. Quella giusta, dico. Si chiama S., è bionda e bellissima, ha 23 anni, due lauree e mi ha parlato di Nietzshe mentre ballavamo il merengue".
Forse lui ha trovato la luna. O forse il momento giusto per volare su una stella.
Mailitanza
Donne
Thank god it's Friday
Ora labora!
Tempo fa ho letto un libro di Domenico De Masi. Si intitola L'ozio creativo.
All'epoca non avevo ancora iniziato a lavorare, e poter vivere nell'ambito del lavoro esperienze creative, professionali, culturali e sociali che avrebbero arricchito la mia professionalità (oltre alla mia persona) mi sembrava un concetto di grande fascino. Ozio creativo: uscire dall'ufficio per andare a una mostra e farsi venire l'idea del secolo osservando un bambino sul tragitto in tram.
Dopo pochi mesi ero una stagista sottopagata in una multinazionale, uscivo dall'ufficio quando i tram già erano fuori servizio e i bambini entravano nella quarta fase REM. E nel fine settimana ero troppo impegnata ad arginare la colite da stress per poter arrivare alla pagina di cultura e spettacolo del giornale locale. L'idea di ozio venne cancellata, così, dal mio vocabolario interiore.
Altre esperienze e altri anni di lavoro assai meno duro mi hanno aiutato a riavvicinarmici un po' al più o meno dolce far niente. Creativo, invece, resta un aggettivo sostantivato che identifica un giovanotto con la sciarpa, i pantaloni di velluto e una maglia di Threadless che disegna cose colorate davanti a un iMac.
Per tutto questo tempo mi sono chiesta se sia davvero così difficile trovare un ambiente di lavoro che ti permetta di mantenerti aggiornato, di essere davvero presente nel mondo, di pensare liberamente, di ridere, di vedere le cose sotto diversi punti di vista, di scambiare idee, di raccogliere stimoli (e mica per il tuo bene, eh, ma perché così lavori meglio, di più, con più entusiasmo e maggior soddisfazione). La punta della piramide di Maslow, per intenderci.
Ultimamente, invece, comincio a chiedermi se non sia già tanto avere un posto di lavoro in cui venga rispettata la dignità umana dei lavoratori. Il caso di France Telecom è tragicamente esemplare. Ma quanti suicidi morali o intellettuali avvengono, ogni giorno, nelle aziende polverose di procedure e aride d'umanità?
E' che Giove e la Luna bisticciano un po'. Tutto qui.
Olio baby lenitivo
Stagioni
Cose che si imparano in una domenica oziosa
Nulla è perduto
Della felicità e d'altre sciocchezze
Whatever works
L'Italia è un paese anoressico
Dai diamanti non nasce niente, dai cattivi semi nascono i fiori
La figura di Nick Cave non è che sia, per fama e storia, proprio edificante. Uno con la reputazione sociale di Masini e l'impatto estetico di Dario Argento, uno che ha vinto più premi per l'artista depresso dell'anno che dischi d'oro.
Però è forte. Canta, scrive, twitta, fa spettacoli in cui dialoga con il pubblico, scrive un romanzo che puoi leggere sull'iPhone. E' l'artista che racconta storie e segue passioni, non importa come.
Prendi il suo Allelujia. Poche strofe che restano addosso. Sembra Carver. La ascolti e non puoi non sognare un cortometraggio con John Malkovic che cammina in pigiama per la campagna sotto la pioggia, e Cate Blanchett che lo saluta dietro una finestra, pulendo con il dorso della mano l'umidità sul vetro.
E ti senti proprio come lui, le gocce di disperazione che pesano sulla stoffa prima di scivolare via in una tazza di cioccolata. E non importa se è agosto, il sole splende in un cielo pulito dallo scirocco e tu sei tanto felice. Perché il merito dell'artista è quello di portarti via.
Il 22 ottobre sarà a Milano. Presenterà il libro e il disco. E chiacchiererà con il pubblico.
A me piace immaginare che tra il pubblico ci possano essere anche Cohen e De André e che poi vadano insieme a suonare il piano al Caffé Tivoli.
Qui non è FarmVille
Ne uccide più la lingua
E di chi è troppo dolce, o sempre lento. Di chi non capisce, di chi fa finta, di chi crede e di chi non sa. Di chi è cortese, di chi parla per frasi fatte, di chi si fa forte di pregiudizi, di chi si nasconde nel sottoscala e di chi si scioglie sempre ai riflettori.
Di chi non dice grazie e di chi lo dice troppo stesso. Dei baci sulle guance e delle pacche sulle spalle. Non voglio trattenermi, posso scegliere il peggio, purché urtichi chi mi urta, purché dica che il re è nudo, se è re, o che il poveraccio puzza, se - cazzo - puzza.


