come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Cerco

Un centro di lievità permanente.

Lelainy si è fermata e Eboli

Ho peccato. Sono stata censurata. E così ho cancellato l'ultimo post.
Forse ci sto prendendo troppo gusto col realismo, o con la satira. Ma vado avanti, innocue suggestioni. Oggi sono andata in spiaggia: il mare era di piombo, con piccoli squarci disegnati da candele romane impazzite. Le anatre galleggiavano, immobili come di legno. Un matto mangiava felafel sulla panchina, e io di fianco a lui cantavo senza voce una vecchia canzone: fioritura. Qualche albero lungo la strada, sì, qualcuno comincia a fiorire poco più in là.

I bei vecchi tempi del dark underground

Ah, i bei vecchi tempi dello Shelter.
Quando nessuno ti chiedeva di ballare, ma almeno due soggetti di biancotruccati e di nerovestiti si offrivano per farti da schiavi.
E avrebbero anche lavato i piatti, sicuro. Per una parola cattiva o due saltelli sulla vertebra coccigea.
E qui arriva MastroLindo in persona, sculetta sorridendo, ti fa volteggiare, ti illude di essere l'unica donna sulla faccia della calotta artica e poi non viene nemmeno a dare una passata alle piastrelle del bagno.

Le canadesi sono di goretex (tm)

Fermata dell'autobus. Esterno giorno, Nord Vancouver.

Io. Con la giacca da neve, gli stivali di gomma, il cappello, il cappuccio e l'ombrello in 5 minuti mi inzuppo come un savoiardo nel marsala, starnutisco diciotto volte, mi rompo un'unghia cercando di non bagnarmi mentre tolgo il biglietto dalla tasca esterna della borsa, prendo la scossa con le cuffiette dell'ipod e inizio a trasfigurarmi in un Jackson Five dopo una seduta al bagno turco.

Lei. Con ballerine senza calze, giacchetta di lana, niente ombrello o qualsivoglia copricapo fa due telefonate senza subire ritorsioni elettromagnetiche, ricarica il cellulare leggendo il codice da uno scontrino che nel mio universo (a 2 metri da lei) si sarebbe già dissolto come un messaggio senza bottiglia, beve acqua vitaminizzata da una boccia di soluzione salina senza smettere di sorridere e sale sull'autobus carezzandosi i capelli biondi, liscia come Barbie Salone di Bellezza.

Sogno o son desta?

Ieri sera mi sono addormentata con l'angoscia di Changeling nel cuore. Deve aver avuto una funzione catartica: ho fatto un sogno bellissimo, una scalata che mi portava da una grotta fredda ad una cima verde di erba, sole caldo, ragazze in bikini e enormi stelle alpine viola.
Scalata, erba, fiori, colore viola pare che indichino successo, felicità e un bell'amore in arrivo. Non sono riuscita a scoprire cosa significa il bikini, ma ho preso tutto questo come un messaggio di incoraggiamento e sono uscita a fare shopping, la vera e unica missione impossibile per un' italiana in Canadà. Ovviamente ho seguito pedissequamente la via tracciata dal sogno, a partire dal bikini. Di seguito le riflessioni emerse.

Elemento onirico n. 1: il bikini
Non illuderti se con un costume da 135 dollari in un camerino di lusso appari come una dea scolpita nel marmo; dopo un quarto d'ora, con un bikini da 75 nei camerini di Gap, tornerai a sembrare un barbapapà cesellato nella burrata.

Elemento onirico n.2: il viola
Se in natura non esistono stelle alpine viola non si può trovare una maglia color stella alpina viola da Zara. Però con un po' di pazienza puoi trovare 3 maglie color pervinca e comprarle tutte, che non si sa mai.

Elemento onirico n.3: il successo
La fortuna si manifesta in modi che non immagini. Se trovi il vestito che desideri da un mese e scopri che l'unico rimasto della tua taglia ha la zip rotta, forse troverai un vestito più bello dopo. O forse no e deciderai di consolare la tristezza andando in piscina. E sarà chiusa. E allora deciderai di tornare a casa a fare un bagno caldo e avrai un calo di pressione uscendo dalla vasca e, cadendo, ti slogherai una caviglia. Ma poi la tua coinquilina messicana metterà un po' di musica. Ma sarà Ramazzotti. In italiano. E allora cercherai l'oblio nella compagnia degli amici e in tanto alcol. E allora...

TBC 

Un guru è solo un guru

Il mio guru mi ha lasciato ancora una volta con tanti pensieri e poche certezze. Credo che smetterò di leggere l'oroscopo di un guru e iniziarò con quello di Famiglia Cristiana.
Avevo appena scritto di essermi finalmente creata una bella comfort zone e lui cosa fa? Mi suggerisce di rischiare.

G: Allez allez. Lascia sta benedetta comfort zone e vai verso la frontiera, su piccola pusillanime.
L: No ma sei sicuro, Guru? Ché io starei anche un po' qui tranquilla sull'amaca a godermi il sole...
G: Eddai Lely, sei a Raincouver, ci sono 6 gradi e pioverà per il resto dei secoli, muovi quelle chiappe.
L: Eh, hai mica torto Guru, 'sta amaca fa acqua da tutte le parti e comincio ad avere un po' di mal di mare.
G: Brava.
L: Ok, allora io andrei... cioè, se lo dici tu. Che faccio, mi butto?
G: Ma sì buttati, sai che è più saggio rischiare tutto, no? Vai vai.
L: Vabbe' vado, ché insomma... ho pure finito di leggere Vogue e non è che ci sia tanto da fare da 'ste parti.
G: Oh, così mi piaci. Sbrigati, vai! Lasciami Vogue, però.
L: Sì. C'è un pezzo su un fotografo californiano che secondo me ti piacerà.
G: Dà un po' qua, fa vedere.
L: Vabbe' Guru, allora io andrei a dare un'occhiata a quel precipizio laggiù. Ci vediamo mercoledì prossimo, ok?
...
G: Hey Lely, aspetta!
L: Che c'è Guru?
G: Cioè, io ti dico di rischiare, però occhio: non metterti a fare cazzate, occhio a non beccarti qualche proiettile vagante, che con 'sta storia delle gang questa città non è più così sicura. E poi basta con questi desideri eccessivi, vorrai mica buttarti così ciecamente in un mare sconosciuto? La testa, Lely, usa la testa.
L: Oh Guru, ma fammi capire, devo rischiare o no?
G: Certo! Rischiare, rischiare sempre!
L: Sì ma se poi va male? E se il rischio non vale? E poi, Guru, io mica lo so qual è la roccia da cui voglio saltare. Magari quella rossastra laggiù o forse lo scoglio più in là. O forse dovrei stare qui. Forse sì, un tuffetto dall'amaca nella pozzanghera potrebbe bastare. Guru, dimmi qualcosa tu! Che cosa mi aspetta oltre quella roccia? E se mi tuffo dall'altra? Dici che è uno di quei rischi folli? O forse il vero pericolo lo corro restando qui. Forse è qui che mi colpirà il proiettile nella notte. Guru, tu che sai, tu che guidi, sei saggio, tu che vedi, Guru, dimmi che cosa c'è.
G: A' Lele', piccola mia, che voi che te dica, io Guru sono, mica astrologo!

Pezzi di legami acidi

Un giorno mi hai detto: "Assomigli a mia mamma" e poi hai aggiunto: "E io a mio padre. Va bene, i figli assomiglieranno a me". Ho suggerito la mitosi cellulare. Ci sono un paio di negozi in Islanda che vendono dei kit, ho sentito.

Un altro mi hai detto: "Sei sbadata come mia sorella" e poi hai aggiunto: "Ecco, sposerò mia sorella" e io ho pensato che non è una brutta idea, dimezzi i costi del ricevimento e per la prima notte di nozze, con quel kit, non si pone alcun problema.

E infine un po' stizzito: "Vedi, usi la lingua come mio padre!". Improvvisamente ho sentito un gran bisogno di ripassare Lotman e Uspenskij e fuggire per sempre là dove osano Hjelmslev e Greimas, nel regno puro dei segni, dove solo la grammatica è generativa, dove la lingua è solo linguaggio.

Rileggo e un poco agghiaccio. 

 

Il mattino ha l'oro in bocca

Se il buon giorno si vede dal mattino, vi basti sapere che il mio mattino è iniziato con una pisciata di cane sul letto.
Il cane di Dolores era un po' indispettito perché la sua padrona non è rientrata stanotte. Non che si sentisse solo, è che sapeva che era con il suo ex, quello che vede per non pensare a un altro ex, e a lui questa cosa proprio non va giù. "Dolly, se proprio devi accompagnarti con un altro maschio (oltre a me) perché non scegli il mio papà adottivo B. e lasci perdere quella maschera maya? Non è sano. Guarda avanti. Poi B. mi porta fuori e mi dà i biscotti". Nessuno gli ha spiegato che B. è bello e brillante, fa giocare i cani, parla quattro lingue, tifa Inter e si veste bene. Devo anche aggiungere che ha un fidanzato biondo di 19 anni?
Alle sette e mezza, con una pipì di cane e una lavatrice all'attivo sono uscita di casa. Ovviamente pioveva. Il clima è empatico qui. Grazie di cuore. In ufficio ho litigato con un tizio su Skype: lo paghiamo, dovrebbe aiutarmi  e invece mi parla in arabo (o php) e quando gli faccio notare che già gli avevo detto che tutte le mie conoscenze di programmazione web risalgono all'html 4.0 dell'esame di informatica applicata (poco da ridere, allora era avanguardia), semplicemente smette di rispondere. Il suo capo parlerà con il mio capo. Io inizierò a usare Wordpress. 
Sono solo le cinque e mi aspetta il mio secondo lavoro. Arrivo a scuola e scopro di aver perso la chiavetta usb che, oltre a tutte le mie foto sexy, conteneva anche la lezione del giorno a cui ho dedicato un'ora della mia santa domenica. Faccio outing con i miei studenti senili e improvviso una lezione su inviti e prenotazioni. Il che mi ricorda che devo ancora rispondere a una mezza dozzina di mail di inviti, tra cui un pranzo a Granville Island e un matrimonio e penso che l'unico invito che accetterei in questo momento sarebbe una settimana in una clinica del sonno, senza cani, senza programmatori php e senza pioggia. O almeno non sul mio letto.

Comfort zone

Comincio a sentirmi a mio agio. Comincio a sentire che la vita, qui, è solo vita. La leggera ansia di essere altrove ha lasciato spazio a un sereno stupore. Non è ancora abitudine, ma la familiarità si sta avvicinando.
Stasera sono uscita da un pub. Avevo fame e senza pensarci, così come fosse la pizzeria Da Attilio - pizzaioli in Milano dal 1964, sono entrata in un chiosco gestito da una timida signora persiana. La piastra mostrava pizza con aglio e salame, peperoni e cipolle o ananas e prosciutto. Ho scelto questa. Ho pensato che dell'ananas sciroppato mi avrebbe fatto meno male del salame con l'aglio, l'italiana dentro di me si è zittita di fronte all'evidenza. Certo, non ho ancora iniziato il corso di yoga (ma giuro che lo farò), però con questa scelta sento di aver guadagnato un bel boccone di cittadinanza morale.
Ho pagato la signora stanca sorridendo. Ho messo l'ipod e il mio cappello e ho iniziato a mangiare la mia pizza esotica camminando per strada. La sera profumava di primavera, dai tombini usciva un po' di fumo e oltre gli archi di Chinatown mi aspettava una luna enorme. 

Citta' che vai, Metro che trovi

Paese che vai, usanze che trovi. E le trovi anche piu' facilmente se ti affidi alla free press. Tempo fa, tra un gossip su una starlet vancouverita sbarcata a Hollywood e le lamentele dei cittadini sul traffico (piaga dei sistemi urbani piu' civili, a partire da Palermo) la notizia piu' tragica era: "Esondazione della Lost Lagoon in Stanley Park - cinque famiglie di orsetti lavatori sfollate, due anziani scoiattoli ricoverati in stato di shock. Il governo dichiara lo stato di calamita' naturale e manda gli ausiliari della sosta a controllare gli sciacallaggi da parte delle oche del Canada".

A parte che le oche del Canada sono animali davvero feroci, adesso le cose stanno prendendo una piega preoccupante. Scontri tra studenti ebrei e musulmani all'universita', un tredicenne che accoltella il tizio che si rifiuta di dargli una sigaretta, i manifestanti per il Tibet.

Ma soprattutto la guerra tra bande. Questi ragazzi fanno sul serio. Anche nell'ecumenica, vegana e pacifica Vancouver la gente si ammazza. Metro intervista un ristoratore della zona dove sono avvenuti gli scontri che esprime il suo sdegno per l'ondata di violenza. E soprattutto per gli spari, che con tutto quel fracasso adesso gli tocca insonorizzare il ristorante. E una mamma che dice di non essere piu' orgogliosa di vivere in una citta' come Vancouver e che sta seriamente pensando di spedire i suoi tre figli in collegio a Columbine. Fiaccolate, manifestazioni e fundraiser si avvistano in ogni angolo della citta'. Ieri il record: decimo assassinio da gennaio.

A Milano in tutto il 2007 ce ne sono stati 18.

Torneo di Scarabeo tra amici

Una ricerca dice che il numero di amici che ci sarà di fianco per la vita è, mediamente, 6. Io penso alla mia amica S., accanto a me già all'asilo e che mi segue ancora e a cui penso spesso, anche se non glielo dico quasi mai. E poi D., dalle elementari (lei l'asilo l'ha fatto poco, e per questo l'ho sempre invidiata un po') e C., L., un'altra L., E., M., ancora L. e altre C. E poi c'è M., che abitava vicino a me e non vedo da anni e forse, il destino, potrò vederlo in Messico. E tante altre lettere ancora: F., S., A, S., E., J. Un'altra volta farò una partita di scarabeo con tutte queste iniziali per provare a formare un grazie, o una poesia per ciascuno di loro.
Poi ci sono gli altri. Gli amici con cui vivi un periodo. Non che non sia intenso, o vero. Solo passa. Anche qui ho tante lettere per il mio scarabeo, ma so che resteranno nel sacchetto, inutilizzate, seppure preziose come solo loro han saputo essere. Penso a A. o a S. e soprattutto a F. (ti chiamerò, un giorno, giuro che lo farò). E poi ci sono persone che non sai dove collocare, perché hanno tratti dell'intensità effimera di questi ultimi, ma ti lasciano un segno nascosto come i primi.
E allora penso a P. Siamo stati inseparabili per un po'. Era amico, compagno di risate e ideali, consulente fiscale, aggiustatutto, una bella anima. Ci siamo dati molto l'un l'altra per un periodo di tempo. Forse troppo. Quando l'amicizia sconfina e l'altro diventa un pezzo importante di te e, capita, lascia poco spazio al resto, il resto trova la forza di imporsi. Per noi si è imposto quasi nello stesso periodo, un inizio primavera stentato. Così abbiamo pian piano perso le fila della nostra amicizia. Io sapevo, so, che lui è una persona che si dà completamente a chi ama e sapevo che, una volta trovata una donna da amare, non avrebbe avuto molto spazio per me. E per un po' ho sofferto, non ho capito. Anche io avevo un amore a cui dedicarmi, ma tempo per lui ne avrei trovato. Pensieri ne avevo sempre tanti comunque. Forse a differenza sua, io non riesco a dedicarmi totalmente a una persona sola. Per me il bene si moltiplica e distribuisce. Per lui si concentra. Modi diversi. A un certo punto ci ho rinunciato. Ho pensato che le persone vanno e vengono e che di amici, del resto, ne avevo forse troppi. Con tristezza, ho rimesso la sua tessera nel sacchetto di velluto.
Ma forse non ci voleva stare in quel sacchetto, vedevo movimenti strani da fuori, come un topo dispettoso che scombinava il mucchietto calmo. Finché, al momento giusto, è ricomparso. So che non sarà mai più come prima, ma so che ci sarà e potrò aggiungere un'altra lettera alle tesserine da giocare nella mia immaginaria partita. Certo, ora dovrei lavorare un po' sulle vocali. O provare una partita in Serbo.

Creep

Ieri ad un angolo assolato di una strada aspettavo una persona. Ma l'attesa è stata troppo breve. Accanto a me una ragazza bionda con un cappello verde e i denti troppo sporgenti. Seduta su una cassetta di frutta in plastica suona la sua chitarra. E' la migliore versioe di Creep che abbia mai sentito.
Anche se il semaforo mi invita ad affrettarmi, resto ferma ancora un po' ad ascoltare e le lascio qualche moneta. Ho pensato che la stessa canzone, su Itunes, meno emozionante, mi sarebbe costata altrettanto.


Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto. 

(da Il suonatore Jones - F. De André)

E con 60 punti, il trolley da viaggio

Nell'ultimo periodo ho avuto modo di sentire diverse persone del mio passato. Coincidenze, volontà, intrecci strani. Sono quelle occasioni in cui devi dire in poche parole quello che sei diventato. Credo che più sia difficile questo compito, più quello che sei diventato si avvicina a quello che sei.
In questi casi la gente usa delle comode etichette. Nel migliore dei casi è solo una semplificazione. Nel peggiore, la persona è l'etichetta.
E che tristezza vedere certa gente inorgoglita dei suoi bollini argentati sulla tabella della raccolta punti Esso. Spero che la sacca per palestra che si aspettano in regalo non si rompa dopo due settimane. E' una cosa che capita spesso. Uno sta lì, mette tutti i suoi bei bollini, fa vedere la borsa agli amici del circolo del tennis e un giorno, improvvisamente, la tracolla si scuce, lasciando cadere calzini sporchi e palle Wilson sul pavimento umidiccio dello spogliatoio.
Io devo essere fortunata, perché la maggior parte di questi ritorni mi ha semplicemente fatto sorridere. Qualcuno aveva la sua etichetta, ma se la portava bene, con classe e ironia. Altri non l'hanno, non più, o non ne parlano.
Io non ho etichette per quello che sono. Il mio dito può scorrere su un curriculum invidiabile, posso avere le migliori referenze. Ho fatto tutto da sola e con il supporto di persone che mi hanno dato il poco che avevano e tanto bene. Ma questo non voglio dirlo, non voglio raccontare del mio lavoro, delle soddisfazioni (e dei calci, pure) che mi ha dato.
Io, quando sento qualcuno che bussa dal passato, non voglio rispondergli con le etichette che mi sono fatta appiccicare addosso negli anni, per quanto dorate esse possano essere. Non voglio rispondere con un biglietto da visita o con il mio stato di famiglia. Se bussano, voglio che vedano il mio mondo da una fessura. Se mi va, se ci va, possono anche dare un'occhiata dalla soglia.
Il luccichio si ammira, ma solo il resto si stima. Solo il resto si può amare.

Non sai, ci vuole scienza, ci vuol costanza ad invecchiare senza maturità

Prologo
Mentre ero in banca un gentile signore mi ha regalato un biscotto della fortuna. Il bigliettino recitava: "A child will give you food for your thoughts".

Prologo 2
Qualche giorno fa mia nipote ha compiuto 14 anni. Ero abituata a chiamarla nipotina, ma la cosa sta diventando piuttosto ridicola.

N: Ciao Aunty! ho ricevuto il tuo biglietto. I'm so happy, thank you, it's wonderful.
L: Ciao! sono contenta che ti sia piaciuto. Allora, come hai festeggiato?
N: I festeggiamenti con i parenti sono sabato sera. Comunque ho ricevuto dei cioccolatini, una tuta e una stampante.
(Una stampante? vabbe'.)

N: I cioccolatini erano buonissimi. Ma tu come stai?
L: Sto bene, mi diverto, faccio tante cose...
N: Il lavoro ti piace?
L: Sì, va bene... ma mi piace soprattutto perché mi dà tanto tempo libero.
N: Beata te. Io tra la scuola, i compiti, danza e la preparazione degli esami non ho un momento libero. Verrei anche a trovarti ma...
(ma tua madre non ti lascia ancora viaggiare sola)

N: ... ma non ho davvero tempo.
(E io che pensavo che il tempo diventasse un problema solo dopo i 25)
 
L: Beh, ma tanto torno presto, dai.
N: Che bello, almeno ci vediamo. Ti manca l'Italia?
L: Mi mancate voi, gli amici, la pizza... ma l'Italia in generale non tanto. Qui si sta davvero bene, è un posto civile, la gente è rispettosa e aperta.
N: La pizzaaaa non c'è? Come fai a vivere senza? Io morirei
(fiù, una cosa da quattordicenne at least)

L: No be' c'è, ma non è come quella di casa. Tipo che va un sacco quella con ananas e prosciutto.
N: Ananas? Che tipi buffi i canadesi!
(deve aver visto Mary Poppins recentemente)

L: Puoi dirlo forte baby!
N: ...
L: Guarda le mie foto sullo snowboard
(segue link a facebook, strumento che lei ignora, non nel senso che non lo conosce, nel senso che è superiore)
 
N: Bellissime, che posti meravigliosi! Vorrei poter vederli anche io.
L: Beh, hai tempo dai.
(smetterai di fare danza prima o poi)

N: Eh non lo so, poi c'è il liceo e poi voglio fare l'università. Voglio fare medicina. Che ne pensi?
(penso che se continuo con questa vita dissoluta, un giovane medico in famiglia mi sarà di grande aiuto)

L: Medicina è pesante e molto lunga, ma se ti piace davvero, se sei convinta...
N: Sì, mi piace molto. So che è difficile, ma voglio farla.
(ok, sto zitta)

L: Se ti piace tanto allora vedrai che non ti peserà. Se sei convinta che è la cosa giusta fai bene a farla. Io ho sempre ammirato le persone con le idee chiare sul loro futuro.
N: Tu volevi fare il tuo lavoro da piccola?
(mmm... ecco, questo è un problema. a parte che il mio lavoro non esisteva quando ero piccola. e ok che avevo un sacco di fantasia... e poi, cioè, non è che proprio faccio quello che voglio, o meglio, diciamo che non so ancora quale lavoro voglio fare. magari tra un po' scopro che è proprio questo, eh,  mica dico di no)

L: Non proprio. Diciamo che non ho mai avuto un sogno in particolare. E' un lavoro che è venuto così, col tempo. Però sono soddisfatta. Mi piace. E comunque ognuno ha il suo modo.
(shhh, le chiamano bugie a fin di bene)

N: L'importante è che quello che fai ti piaccia. 
(grazie tesoro)

L: Oh, quando torno mi devi insegnare la piroette.
N: Ok, e tu mi insegni lo snowboard
L: Affare fatto
(forse dovrei dirle che le foto erano da ferma e che, insomma, sulla parte in cui ci si muove ho ancora qualche difficoltà)

N: Ma poi cosa fai? Hai tanti amici?
L: Sì, abbastanza... insomma abbastanza da non sentirmi sola.
N: A volte essere soli aiuta a maturare.
L: Vero, è una parte positiva dell'essere lontani da tutti in un paese straniero. Dovresti provarla.
(tzè, poi ne riparliamo)
 
N: Spero di averne l'occasione.
L: L'occasione la crei! Quando sarai più grande vedrai che troverai modo
N: Se faccio medicina non so...
L: Oh ma che secchiona. Lo studio è importante, ma devi anche vivere un po'... Ohi, però non dire a tua mamma che ti ho detto sta cosa, se no ti toglie msn
N: Ok. E poi che cosa fai?
L: Faccio lezioni di francese, nuoto, faccio foto, (scrivo cazzate sul mio blog), sto imparando anche a ballare la salsa. Io preferisco il rock, sai, però ci sono questi miei amici simpatici che la ballano e alla fine è divertente. Ah, e poi domani vado a fare tubing.
N: Che cosa è?
L: Scivoli sulla neve con una specie di canotto.
N: Bellissimo. Zia sei fantastica! 
(l'ho conquistata ^^)

L: ehehe, sto cercando di cogliere tutte le occasioni e di divertirmi
N: giusto, fai bene tu che puoi
(oh, ma adesso mi vuoi far sentire in colpa?)

N: zia... devo chiederti una cosa
(ecco lo sapevo, adesso mi chiederà se la mia vita sessuale è soddisfacente e poi mi darà un paio di dritte su come sviluppare il pavimento pelvico, derl resto vuole fare medicina...)

L: va bene, dimmi.
 
N: ... ma tu, le balene le hai viste?

Obama, chi ama?

Qualche giorno fa ho letto il discorso  che ha fatto Obama al Congresso alla fine di febbraio. Mi hanno colpito l'onestà intellettuale, il coraggio, l'idealismo. Mi sono sentita anche io speranzosa e commossa, stima intellettuale, fiducia, ammirazione. Ho subito pensato "Speriamo che non lo facciano fuori", immaginando scenari fantapolitici che mi hanno riportato ai giochi di bambina, quando giocavo alla guerra ed ero sempre dalla parte dei giusti.
Ma poi ho visto altri articoli che mi hanno fatto riflettere su altri aspetti. Chomsky si concentra sulla questione mediorientale. Decisamente "radicale", ma almeno sposta per un po' l'inquadratura. Non dico di più, la questione laggiù è talmente complicata che mi sento in grado solo di inidicare la fonte e sperare che generi delle riflessioni.
Ma poi ci siamo noi, l'Europa. E qui forse val la pena di fare un po' di autoanalisi. Obama ci ama? O gli stiamo solo simpatici? Certo, Obama è una persona onesta e sinceramente convinta di poter attuare quei cambiamenti necessari per portare gli Stati Uniti in una nuova era. Appunto, gli Stati Uniti. Lo sforzo è apprezzabile e sicuramente tutto il mondo godrà di ripercussioni positive. Ma se non bastasse?
Tutto questo ottimismo su Obama si basa sul solito assunto secondo cui gli Stati Uniti "sono" il mondo. E il bello, come il brutto, che succede lì è il bello o il brutto che si scioglierà su tutti gli altri Stati. Una metonimia politica pericolosa. Come dice l'altro articolo che mi ha fatto riflettere: "L'obamamania permette agli europei di delegare ancora una volta la responsabilità politica agli Stati Uniti". E se ci sforzassimo di prendere noi stessi la responsabilità del nostro futuro? Se smettessimo di adagiarci nella metonimia?
Come in molte cose, dal futuro di una nazione alla felicità personale, la delega ad altri dei nostri destini è un trabocchetto banale e, proprio per questo, fastidiosamente pernicioso.

Tasse alla musa

Questo blog ultimamente ha preso una piega troppo lirica. Il che, ovviamente, non va bene: poi i lettoripoveriloro mi si deprimono e non cliccano più sui banner. E siccome io sono qui per fare soldi, ho pensato di investire il mio weekend per trovare materiale trash che ispirasse un po' di sanodivertimento alle spalle dei signori con la fogliadacerotatuatasulpetto.
Ecco, dunque, che ho deciso di seguire un gruppetto di amici ad una cena greca più salsa. Non lo tzatzichi, il ballo. Il tutto era organizzato nel rassicurante stile melting pot vancouverita, dalla pasta con panna e frutti di mare della mia vicina (celeberrima ricetta greca) alla musica cubana (che è un'isola più o meno come Santorini e Itaca, ignoranti) alla ballerina del ventre (illustre rappresentante dell'arte drammatica tradizionale ateniense, o no?). 
Per me il clou della serata è stato quando il maestro di salsa (libanese) ha presentato la ballerina del ventre (portoricana) scherzando su questo spassoso chiasmo nazionaldanzereccio. Per i miei amici maschi è stato quando la ballerina li ha esonerati da un possibile attacco di campanellini, con la sua pancia molle da cinquantenne e la sua faccia da Cher dopo un giro nel forno tandoori.
Il resto è stato conversazione piacevole, qualche timido tentativo di ancheggiamento e l'opprimentecertezza che, se il mare è pieno di pesci, nella salsa naviga un numero intollerabile di scorfani.

Un uomo che si commuove

Non so perché ho pensato a te proprio oggi. Mi sentivo sola, non di quella solitudine fatta di noia. Avevo dei programmi, una giornata da scoprire e ne ero felice. Eppure lì, in attesa dell'incontro, su una panchina di legno morbido e forse troppo umido, ho visto la tua faccia imporsi nei miei pensieri. Forse era l'acqua a ricordarmi di te, a ricordarmi di quel giorno in macchina in cui piangevo non so perché, forse solo perché non riuscivo a vedere oltre il parabrezza. E tu guidavi e non dicevi nulla, ma io so che ti stavo strizzando un po' il cuore con le mie lacrime zitte.
Ora penso a quando ti ho abbracciato l'ultima volta, molti anni fa, o a quando in modo casuale mi hai detto che io ero una bambina speciale, e non nel modo in cui lo è qualsiasi figlia. Ora non lo so se sono una donna speciale, ma ti posso vedere: adesso stai zitto e bofonchi qualcosa e io so che sei dalla mia parte, anche se ti costa.