come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

AAA Milanese cercasi

Per semplice lavoro una tantum. Astenersi guadagnatempo.

Sto leggendo un libro che ha Milano come sfondo. Parla d'altro, ma Milano è così viva e presente in ogni scena che viene da pensare che sia essa stessa un personaggio della storia. La Milano dei palazzi moderni, quella sommersa delle case popolari, ballerina di prima fila di una metafora della convivenza (possibile? disastrosa?) tra istinto e ragione: la passione che sbuca tra un loft uso foresteria e il flag store di D&G. 
Ecco, mi chiedo se sia esistito davvero e se c'è ancora - tra il 72 e il 74 di Corso Garibaldi - un piccolo vicolo che apre su un groviglio di case popolari. Se fossi lì ci correrei subito, con una canzone dei Baustelle o di Jannacci nelle orecchie e farei tutte le foto possibili, fermandomi solo davanti ad un cartello rosa shocking: "Affittasi in stabile vecchia Milano...".

Allora saprei la risposta. 

Ci sono volontari? 

Libertà 2

Forse la stessa cosa vale per tutto ciò che spingiamo all'eccesso. Troppo amore soffoca in odio. L'ebbrezza vomita mal di stomaco. Per alcuni la ricerca della libertà è una gabbia che chiude a tutte quelle esperienze che non rientrano nello schema della libera scelta, dell'assoluta non preclusione di possibilità. E così la libertà diventa rigidità, il desiderio di scoprire nuove cose si muta in perniciosa miopia (o presbiopia, chissà).

Continuando a tenerci aperte tutte le strade, non finiremo mica per restare immobili al centro dell'incrocio?

Libertà 1

Come avere un milione in tasca. Un po' non sai come spenderlo, un po' hai paura che te lo portino via.

LOVE WILL TEAR US APART. AGAIN.

Intro

Il 18 maggio 1980 muore il cantante dei Joy Division. È un suicidio, Ian ha 23 anni. Lascia moglie, Debbie, una figlia e un’amante.

 

“Nat, lascia in pace quel cane. Nat, vieni, su”.

La bambina ha circa sei anni. Gli occhi di suo padre, i capelli della mamma, ma lisci. Nathalie è una bambina serena, alla fine di agosto inizierà la scuola, ma per ora non si fa troppe domande: guarda il mondo, gioca con i suoi colori e i suoi versi. Debbie pensa che, grazie a dio, questo è un buon segno. Troppa introspezione è un rischio. Troppa solitudine un danno.  Non pensa troppo, continua il cruciverba. Aspettano David, passerà a prenderle per portarle a mangiare un hamburger e poi casa, nanna. Un buon segno.

“Hai una bambina molto bella”.

La sconosciuta ha una sciarpa viola. Il suo colore preferito. I capelli lunghi, un po’ troppo per essere alla moda. Un cappellino, un basco, colorato. È giugno, ma sente freddo e sotto porta solo un vestito di mussola ed una maglietta presa un paio di anni prima durante una vacanza a New York.

“Oh, sì, è adorabile”.

“Vedo che le piacciono gli animali”.

“Sì, vorrebbe un cane, ma sa, gli animali hanno bisogno di cure e lei è ancora piccola”.

Debbie non si volta. La sconosciuta non ha un accento del posto, ma non saprebbe dire di dove sia, anche se le vocali appena accennate e una tonalità che cresce sempre alla fine della frase le ricordano qualcosa. Continua a tenere d’occhio Nat, mentre la sconosciuta le si siede di fianco.

“Inizierà la scuola quest’anno, vero?”.

“Sì. Andrà alla Saint Marie, è vicina a casa ed è una scuola piuttosto buona, ma quando sarà più grande vorrei che andasse a Manchester. O a Londra, chissà”.

Osserva solo un po’ i ricami del vestito leggero, e la sciarpa di cotone che le ricade sulle cosce. Appoggiata, una borsa di cuoio, sembra costosa: strana donna.  Deve essere nuova, pensa Debbie, forse la moglie di uno di quei dirigenti assunti da poco alla Carson.

“Lei è nuova di qui?”.

“Di passaggio”.

NB: Questo è un incipit. Se vuoi leggere il resto, scrivimi una mail! oliveneimartini@leonardo.it 

Ore per me

Oggi ho deciso di passeggiare. Passeggiare finché l'ipod non si sarebbe stancato. Sono arrivata ad un giardino cinese, un bell'angolo, proprio di fronte casa mia. 
Ho fatto skip su un paio di pezzi degli U2. Un tizio accordava la chitarra accanto a me e non avevo voglia di rumori di chitarre elettriche.
Sono arrivata su Asia, di Guccini. Sentivo l'odore del pino, l'odore del mare in una giornata tersa. E sapevo di essere in un posto e in mille altri posti contemporaneamente.
Alla fine l'ipod non si è scaricato, ma sono tornata a casa al caldo, a fare il bucato.

Melting Pot

Oggi una cinese mi ha scambiato per coreana.

Scatti di un fine settimana

I gabbiani che passeggiano sull'acqua.
Andare al supermercato.
Solo due chiacchiere.
Il lago è gelato. 
L'odore di fastfood.
Niente sushi.
I bambini che giocano nella nebbia.
Il migliore di sempre.
Carabbaggio.
L'Argentina.
La capitale del Madagascar.
I palazzi che galleggiano.
L'acqua calda.
Il bollitore gorgoglia.
Lascialo dire.
Penseranno che stai male.
Margarita frozen.
I cristalli di brina.
I dittatori.
Un signore che ti chiede scusa.
Non sto alzando la voce.
Le tette dei manichini di Dare to Ware.
Troppo pollo.
L'eutanasia.
Un delitto?
C'era scritto "commedia sentimentale".
Uomini e donne.
Le orme di un cavallo.
Il ritrovamento di un piede.
Il concetto di dignità e il congiuntivo.
Ricordare i nomi delle montagne.
Dimenticare il mal di testa.
Una fetta di torta.
Uova a colazione.
Tetto verde come a Park Avenue.
Pensavi di aver dimenticato quella persona.
Le batterie scariche.
La spalla che si appiccica alla mia faccia.
Dormire.

Noio vulevon savuar l'indiriss de monsieur Lacan

Il nostro inconscio deve proprio essere pieno di cose: pensieri, ricordi, oggetti mai creati. Io me le immagino queste cose: lì, sdraiate sul bordo della piscina della nostra consapevolezza che chiacchierano tra di loro, giocano, bevono cocktail e frullati. Ma ogni tanto si alza il vento e qualcuno cade nella piscina. E così i pensieri nascosti, i ricordi mai ricordati o le idee folli mai considerate, lavati dalla piscina della consapevolezza, cascano dritti dritti nel nostro pensiero consapevole.
Così nascono tante nuove teorie. E un sacco di idiozie.
Ieri sera cercavo di dormire e un'idea è venuta fuori bella e pulita con il suo profumo nuovo di cloro.
Gli psicologi dovrebbero lavorare con diversi linguaggi. Non parlo di linguaggio corporeo o cose così, ma di lingue. Pensate il vantaggio di raccontare i propri sogni, le paure, i desideri e i problemi per due ore alla settimana in una lingua diversa dalla propria. Sarebbe un grande esercizio, nessuno butterebbe 70 euro all'ora di terapia per biascicare the pen is on the table. L'Italia sarebbe un paese felice. E un po' più aperto.

Yoga Pant

E' sabato pomeriggio e mi sembra doveroso dedicare la giornata a chiudere la questione shopping.
Pare che il gran pezzo di gran moda, qui, siano gli Yoga Pant.
Tutti mi dicono: devi prenderti degli yoga pant, tutti ne hanno almeno un paio. "Sei degna di considerazione per gli autoctoni solo dopo averne acquistati almeno tre paia. E se inizi a portarli con le infradito a gennaio, sotto la pioggia, puoi partecipare alla lotteria indetta dal sindaco per avere le chiavi della città". Wow. 
Insomma, pare che gli Yoga Pant (con le maiuscole) siano dei pantaloni sportivi trendissimi. E non ci sono solo i pant, ma anche felpe, top e... basta (credo basta).
E io che pensavo fosse un nome generico per indicare i comodi pantalonacci con cui si fa yoga e mi chiedevo cosa ci fosse di interessante nel capo per una persona che non lo pratica.
Ok, non praticare yoga, qui, non è contemplato tra i comportamenti socialmente accettabili. Qui lo yoga impazza: ci sono più scuole di yoga che pub. Più scuole di yoga che scuole.
Anche Dolores, la simpatica roommy messicana, fa yoga. Glielo devono aver richiesto prima di concederle la cittadinanza.
Per la precisione, lei va quasi ogni giorno ad un'entusiasmante lezione di hot yoga. Ok, so che state pensando ad una stanza con la tappezzeria fucsia, gli specchi al soffitto, cuscini di seta ovunque e un ispettore in perizoma di pelle che vi spiega le posizioni brandendo un frustino tempestato di swarovski. No, come dice la parola, è yoga fatto al caldo, 40 gradi Celsius, per la precisione. Dolores dice che devo provarlo: io a 40 gradi svengo anche solo se allungo il braccio per prendere il mio mohito, figuriamoci.
Comunque, l'obiettivo dello shopping del sabato pomeriggio è scovare uno dei negozi di questi leggendari Yoga Pant. Meglio affrettarsi. Mi pare che il nome suoni un po' come Luluqualchecosa.

Forza Milan

E' la domanda che crea l'offerta? O è la furba offerta che, generando bisogni inesistenti o portando a galla desideri nascosti, finisce con il rimbambire la povera domanda, che a quel punto non sa più che domandare e allora, vabbe', apre il portafogli?
Uno dei primi pensieri fatti arrivando qui è stato: "ok, per un po' niente shopping".
Questione di budget, ovviamente, ma anche di mancanza di cose per cui valga la pena spenderlo.
Per me, insomma, è una questione di calo degli introiti esponenzializzato da un orribile vuoto di abitini di taglio trendy e colore piacevole. O almeno guardabile.
Ma non voglio chiudermi in me stessa. Mi guardo intorno e davvero non so se la gente non si veste bene perché i crudeli fashion designer canadesi non sono interessati a dirozzare i gusti del popolo, oppure se questi hanno deciso, anni fa, di lasciare perdere la missione e dedicarsi a produrre pantofole o ramponi. 
Riporto solo due esempi intravisti nel pomeriggio. Un uomo e una donna, par condicio, quote azzurre.
La ragazza indossava delle ballerine sopra i piedini nudi, nella neve. (ok, la neve non c'è più, ma faceva coup de teatre). E dei leggings di lana grossa, lavorati a righe verticali, grigio calzino della befana. Basta? No, il pezzo milgliore erano i calzoncini da atletica neri bordati di bianco, acrilico 120% traspirante. Sopra, un innocuo bomber e un cappello peruviano nero, bianco e giallo. I colori, lo devo ammettere, avevano una loro armonia.
E invece l'uomo. Ecco, l'uomo era elegante. Vestito grigio, scarpe finto pelle finto belle, ma decenti. Cappotto nero. E paraorecchie di pelo rossi.

Vuoti a perdere

Qui c'è questa regola: se qualcuno ti invita a cena, il tuo cibo te lo porti tu. O per lo meno il vino, o la birra, quel che vuoi bere... acqua a parte, immagino.
Sei a una festa, arriva un nuovo invitato e toglie dalla tasca una lattina di birra, la apre e se la beve. Pensi che abbia una qualche allergia per cui può bere solo birra speciale e invece con la coda dell'occhio vedi che è Stella Artois. Poi capisci, o qualcuno ti spiega.
Resta un problema: chi si tiene i vuoti a rendere?

Propositi e stelle

Propositi 

Ho trovato un appunto sulla vecchia moleskine. Un anno fa. Ora ricordo: era tardo pomeriggio, caldo, sulla soglia di un bungalow sulla spiaggia scrivevo le cose che avevo capito durante quei pochi giorni in India. 

L'ho dimenticato, continuando a vivere, guardando, scegliendo, correndo, restando ferma per un po'. E ora è lì e mi dice che il proposito è stato mantenuto. Forse questo è il modo giusto. Decidere e poi vivere ogni angolo del percorso: sbirciare nelle case, accarezzare un cane, guardare una vetrina, fermarsi per un caffé, deviare per andare a trovare un vecchio amico. L'importante è avere sempre davanti, lassù in cima alla salita o più avanti oltre l'incrocio, quel che si vuole davvero fare. E godersi tutto mentre lo si fa.

E stelle

E ho trovato un messaggio. Di un'amica conosciuta durante un altro viaggio. Era San Lorenzo in Turchia, sotto una pioggia di stelle. Ho espresso 2 desideri. Un desiderio è un po' diverso da un proposito: lo devi esprimere e devi aspettare. Non tocca a te, ti affidi alle stelle e speri nei loro doni.

Ora posso dire che uno, forse, si sta avverando. Sull'altro, invece, sono stata poco furba: è un desiderio a cui devo lavorare solo io. Come chiedere in regalo un giocattolo da montare. Forse le stelle mi hanno regalato il materiale... forse non devo sprecare il giocattolo. Meglio iniziare.

E così voglio fare i miei auguri per un nuovo anno: che non dimentichiate i desideri, che sappiate lavorare ai propositi e che facendo tutto questo sappiate divertirvi davvero e essere felici nell'attesa, o nella costruzione. Buon 2009!