come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Ancora tu?

L: Guru, e' da un po' che parli strano. Dici che devo essere seduttiva, dici che devo migliorare la mia reputazione... Ho fatto qualcosa di male? Sara' mica, che ne so, che sono uscita dal bagno con la carta igienica infilata nella gonna?
G: Oh, la solita permalosa. Suvvia, passami il succo di pomodoro.
L: Si' ma niente vodka, che hai appena preso il Tylenol.
G: Ecco vedi, e' proprio questo. Lo stai facendo anche adesso.
L: Cosa?
G: La pellicina, Le', la pellicina.
L: E sarebbe quello il problema?
G: Eh si', figliola. Non fa una bella impressione. Uno ti parla e stai li' a grattuggiarti le cuticole. E poi fai anche uno strano ghigno. Ricorda quello che ti ho detto su Marilyn Monroe.
L: Beh, Marilyn aveva ben altri vizi. E poi mica mi dici sempre che il mio lato oscuro e' quel che attrae di piu' gli uomini?
G: Boh, oddio. Dammi un po' sta vodka dai.
L: Oh, tienila, ma poi non venire a dirmi che hai visto la Carra' nuda dipinta di viola che ti recitava il rosario.
G: Che c'entra. Quella volta era per il tavor.
L: E il gin.
G: E un pochetto di gin.
L: Quindi sta cosa del lato oscuro?
G: Oh vabbe', lato oscuro, tette... che vuoi che cambi?

Antidolorifico magnifico

Oggi gira male. Il tempo è sempre bello, la primavera è sempre alle porte, ma io vorrei metterci un bel chiavistello su quelle porte. Per la prima volta in vita mia vorrei che il tempo non passasse. Ho sempre avuto fretta di vedere il futuro, voglia di correre avanti, progettare, disegnare nuovi luoghi o altre faccende a cui appassionarmi. Ora invece sto qui e vorrei che questo tempo non finisse mai. Non è che voglia restare qui per sempre, voglio solo che l'ora non scappi via. E in un momento di confusione e incertezza, faccio la cosa che qualsiasi donna assennata farebbe al mio posto: mi tingo i capelli.

The office

Non parlo molto del mio lavoro. E' che non e' che succedano cose poi cosi' interessanti. No, beh, certo, a volte usciamo a pranzo... il che significa che andiamo in un centro commerciale, acquistiamo del cibo da asporto presso un chiosco a nostra scelta - ma tassativamente diverso da quello di tutti gli altri per minimizzare il tempo di attesa presso ciascun chiosco - torniamo in ufficio e mangiamo davanti al PC.
Nel mio ufficio siamo in due, Amir e io. Amir e' un gran lavoratore, parla molto al telefono e non si fa troppi problemi con i flussi di aria in uscita dal suo corpo. Di solito e' molto cordiale, ma a volte ha degli scatti d'ira preoccupanti. Oggi, per esempio, ha dato su tutte le furie perche' non gli piace l'immagine Captcha che usiamo nei commenti del nostro blog. Oddio, anche a me da' sui nervi dover passare una visita oculistica ogni volta che voglio commentare, ma l'alternativa e' avere quintali di spam (cosa per cui ha dato su tutte le furie mezzora prima, del resto). Mi ha chiesto di trovare una soluzione alternativa, o almeno di mettere delle immagini piu' belle. Pensavo al sedere di donne famose, o a quello del suo giocatore di hockey preferito. Chissa' che non si plachi.

Lentamente

La terra gira in senso orario? Dipende da dove la si guarda. Io, che ho la testa verso il polo nord dico no, la terra gira in senso antiorario. Soprattutto oggi: il tempo non passa, anzi, sembra tornare indietro.
Guardo l'orologio, faccio una cosa e riguardo l'orologio: saranno passati quaranta minuti. Le lancette sono ferme. Controllo il cellulare, l'orologio del computer, quello del telefono, che ore sono a GMT. Nulla, gambe in spalla, continuo a lavorare, mi concentro sui dettagli: 175 pixel, #228B22#, A1 diviso A2 tra parentesi meno uno percentuale. La testa crolla, la pancia brontola, sono le undici e mezza. Mangio un panino, leggo il giornale, leggo un articolo sulle abitudini masturbatorie degli americani e sette vignette a caso. Lavoro, scrivo una mail, saranno almeno le quattro, e' a malapena l'una. Mi rimetto a lavorare. Leggo una mail due volte prima di spedirla e altre due appena inviata. E rileggo anche quella della settimana scorsa, mi piace come l'ho impostata. Scrivo a un'amica, controllo il meteo, cerco la definizione di un paio di parole sul dizionario, mastico una gomma, lavo le mani lentamente, lavo gli occhiali e asciugo di nuovo le mani. Lentamente. Pubblico il post e poi lo rileggo tre volte. Saranno almeno le quattro.

Jason

Nel gioco dell'integrazione, il livello successivo a quello del medico è il parrucchiere.
Se riesci a dare in pasto la tua salute a un dottore con la camicia a quadrettoni, allora sei pronta per andare da un parrucchiere canadese.
Ho seguito il consiglio di Dolores e ho preso appuntamento con Jason. Per fortuna è venerdì 17 e non venerdì 13.
Dolores è piuttosto fighetta e snob. Mi sono fidata. 
Jason è asiatico e ha i capelli ossigenati con un taglio manga ammorbidito. Jason assomiglia in modo preoccupante a Maria De Filippi. Soprattutto il seno. Sì, e anche le sopracciglia. Mi accoglie con un: "Facciamo entrare... Chiara" e mi fa accomodare su uno dei troni. Decidiamo il taglio e poi andiamo al lavaggio. Ecco. Normalmente stanno dietro a lavarti i capelli, no? Ho visto milioni di saloni di parrucchiere nei film americani e tutti avevano lo spazio dietro al lavabo per lo shampista. Invece il lavandino è incuneato in una nicchia, la poltrona è di velluto e coperta di cellophane e Jason mi sta praticamente in braccio mentre mi lava i capelli. Però fa un massaggio che non è male.
Passiamo alla zona taglio, senza prima dimenticare di dire alla mamma di Jason di portare fuori il cane Bohm, barboncino con il pelo stirato con la piastra e i colpi di sole. Mi chiede tre volte quanto voglio tagliare. Me lo fa vedere con le dita, poi prende la misura sul pettine, poi me lo ripete in pollici, poi taglia la prima ciocca e per sicurezza mi chiede se va bene. E' vero, ho visto donne fare pazzie perché il parrucchiere aveva tagliato troppo, ma qui mi sembra che si vada oltre. Lo rassicuro sorridente e inizia. La parte più divertente è quando inizia con la piega. Lui si occupa della parte sinistra, la madre della destra: un threesome di mani, spazzole, phon e, in dieci minuti, la mia testa è pronta.
Adesso posso passare al livello successivo. Chissà che cosa si nasconde dietro alla schermata nera con la clessidra che gira...

Famiglia

Oggi sul battello ho visto una famiglia. Non che sia una cosa eccezionale, eh. Era una famiglia strana: una piccola mamma vecchia con i riccioli grigi e un enorme papà di poco più di trent'anni con un tatuaggio sopra il sopracciglio sinistro. Con loro un bambino di tre anni che guardava stupito i palazzi nascere dal mare. A un certo punto si è messo a dare tanti baci al suo papà: sulla fronte, il collo, sulla punta del naso. Io ho sorriso tanto, e anche la signora di fianco a me. E quando ho alzato lo sguardo, sul cargo di fronte a noi un grosso container blu con una scritta bianca: Italia.

Direttamente dal parco naturale di Excaret

Vi è mai capitato di desiderare tanto una cosa e contemporaneamente provare terrore o repulsione all'idea di averla?

Cose che ho imparato

Che nulla e' perfetto appena trovato e anche che con il tempo non sempre si migliora.

Che non sempre si puo' capire tutto, ma che il piu' delle volte basta  capire la meta' per trovarne il senso.

Che il nord e il sud, il grande e il piccolo, il famoso e l'ovvio, l'eterno e l'umano sono concetti variabili, ma raramente equivocabili.

Che un'entrata a volte e' anche un'uscita, ma che una discesa puo' sempre diventare una salita.

Che le relazioni tra le persone possono essere scomposte in solo dieci atomi, ma che quando questi si combinano, le molecole sono piu' che infinite.

Che le definizioni spesso aiutano a non sbagliare, ma alla lunga possono rivelarsi i nostri piu' grossi errori.

Che le regole piu' assurde sono quelle che noi stessi ci imponiamo, ma che anche quelle sull'immigrazione non scherzano affatto.

Che non basta una vita per imparare la cosa piu' importante, ma che se ne metti insieme due forse riesci almeno a scorgerne il nome.

Messico e Nuvole

Oggi ho avuto una bella notizia. E poi mi sono arrabbiata. Ma non porterò nessuna di queste cose con me nei prossimi giorni. Playa del Carmen mi aspetta con il suo sole, i sogni non serviranno, li risparmio per la pioggia sottile che troverò al mio ritorno. E la rabbia, poi, la rabbia rientra tra gli oggetti esplosivi che non mi è consentito portare sull'aereo. Lei starà qui, da sola o con chi se lo merita. Non con me. Non più.

Illusione

In prima liceo venni a scoprire, insieme alla mia amica C, che N voleva lasciare L. Discutemmo dell'opportunita' di avvertire L insieme a C2 e a sua madre. La madre ci disse: "Non ditele nulla, adesso e' contenta. Abbiamo cosi' poco oltre alle illusioni, non rubategliele prima del tempo".
L'oltranzismo dei nostri quindici anni non ci permetteva di vederla cosi': meglio la dura verita' che essere complici di un inganno. Se la felicita' non esisteva, tanto valeva allora seguire ideali di onesta' e purezza intellettuale.
Non ricordo se, alla fine, decidemmo di anticipare la notizia a L. Ma l'insegnamento della mamma di C2 mi si e' ripresentato nella sua chiara saggezza molte volte nel corso degli anni. E ho rivisto, da allora, il mio concetto di illusorio. Che un'esperienza, un sentimento, un'emozione siano illusioni ce ne rendiamo conto solo dopo lo svelamento. Certo, se esiste un narratore onniscente della nostra storia, lui si' che sa in ogni istante che cosa e' vero e che cosa e' tale solo ai nostri occhi. Il narratore sa che cosa ci fara' felici in modo duraturo e quali gioie, invce, si infrangeranno in un istante sugli scogli della realta'. Allora il punto non e' se una cosa e' reale o no, e' se ci fa stare bene oppure no. Un punto di vista totalmente personale. Intimo.
Il problema viene quando le nostre illusioni non ci fanno stare bene. Quando non sono sogni piacevoli nei quali ci culliamo, ma barriere, schemi, coercizioni della nostra essenza piu'intima. La sola e vera illusione e' la finzione in cui noi stessi ci chiudiamo, certi di poterla domare, certi che, in quanto sotto il nostro controllo, sia il miglior riparo verso tutte le altre effimere gioie che ci minacciano con la loro inconsistenza di luce.

Fertilizzante naturale per immagini e idee, usare con cautela e solo dopo i pasti

Il mio mondo interiore è come l'universo, o come la pancia di Ferrara: in continua espansione. Ogni giorno mi stupisco di quanta roba ci stia dentro. Un momento ballo di gioia, quello dopo vorrei piangere forte e prendere a calci il muro di cartongesso. Ci sono giorni in cui non chiedo altro che lanciare la palla a Chofo e mangiare formaggio, sere in cui la camera non è mai abbastanza piccola per farmi sentire al riparo dal mondo e giornate in cui se non faccio almeno cinque cose nuove entro le tre del pomeriggio sento che ho sprecato tutta la mia vita. Mattine in cui mi stupisco del saluto della commercialista sovrappeso e sorrido, sere in cui scappo via e anche solo il ciao di Dolores dietro alla porta è un fastidio insopportabile. Alcuni istanti amo un progetto, un'idea, un sogno e poi scopro di amare molto di più il loro contrario e so che un istante dopo leggerò una frase che mi aprirà un nuovo cammino a cui non mi affezionerò troppo, perché ne seguirà un altro che ora nemmeno immagino. Nella mia testa c'è una storia tra amici in una casa al mare, un racconto di una bambina triste, il finale reinventato di un sogno, il racconto peccaminoso di un incontro tra sconosciuti. E fino ad oggi non lo sapevo, ma c'è anche un mondo immaginario che parla di un bambino curioso che ama la magia degli anagrammi.

Gli voglio già bene, ma non troppo. Dopodomani potrei innamorarmi di una vecchietta che investiga su casi di omicidio nella brughiera brianzola... 

Barbie Goretex (tm) - il seguito

Oggi è una bella giornata, il sole è caldo, il vento appena fresco solletica i gabbiani nel cielo azzurro. Oggi è primavera e ho voglia di cantare e ballare. Oggi è estate nell'armadio e nel mio cuore che scoppia di sole.

E oggi Barbie Goretex (tm) alla fermata del bus indossa trench e stivali di camoscio. 

Elegy danced in a country churchyard

La discoteca è di stampo cimiteriale. La signorina all'ingresso fa delle foto ai nostri documenti. Una questione di sicurezza, dice. Sarà per le lapidi, penso. Ci prende i cappotti e ci informa che siamo sistemati nella zona del muro di candele. Lo dice proprio come se parlasse del muro del pianto o di quello di Berlino e alle nostre facce interrogative risponde semplicemente ripetendo "Il muro di candele, il muro di candele". 
Troviamo il muro di candele e ci sistemiamo su due divani enormi. Una bella cameriera vestita di nero e viola mi porta succo di ribes in un bicchiere da cocktail e dopo due sorsi ho già bisogno della toilette. Bella è bella, non c'è che dire, con i muri porpora e un asciugatore per le mani super jet che ti alza onde di pelle sui dorsi facendole sembrare ali di pollo. In ogni gabinetto c'è una statua della madonna di pietra grigia: quel genere di madonna che pesta il serpente e vince il peccato guardando sederi di ragazzotte canadesi che fanno pipì. Hanno dai venti ai quarant'anni, occhi satinati e vestiti di poliestere. Mi guardano come se fossi stata catapultata lì dall'Alaska solo perché non sono mezzanuda. Vorrei urlare che ho la febbre, che ci sono 3 gradi fuori e forse 15 con l'aria condizionata dentro. Vorrei urlare che sono loro a essere strane, con le spalle cadenti che non sanno portare la scollatura, i tacchi troppo grossi, la cellulite sulle braccia, gli ettolitri di lacca sui capelli, le facce che sono maschere.
Ma non dico nulla, asciugo le mie mani nel jet e esco dall'acquasantiera pubblica. Attraversando la pista penso che forse non hanno niente sotto quelle maschere, forse sono zombie pagati dal proprietario del locale, forse sono automi semoventi di cartapesta o un esperimento di robotica dell'ultimo anno di quel corso di design. O forse sono persone vere, che il freddo ha surgelato nelle loro mise da gran sera da 19 dollari. Forse si scioglieranno più tardi, al caldo delle loro moquette. 
Forse non c'è niente di sbagliato. Morti, siamo tutti morti.
 
Large was his bounty, and his soul sincere,
Heaven did a recompense as largely send:
He gave to Misery all he had, a tear,
He gained from Heaven ('twas all he wish'd) a friend.

Dica trentatré

Ieri sono andata dal dottore. Non vogliamo farci mancare nulla. Mercoledì ho passato mezza giornata a decidere dove andare. Leggendo recensioni discordanti, probabilmente tutte inventate. Al momento di andare allo studio designato, tuttavia, mi sono sentita molto bene. Che faccio, vado da un dottore e gli dico: "Ieri stavo malino, ma adesso sto bene, però, sa, volevo provare l'esperienza per raccontarla nel mio blog. Facciamo amicizia?". Non mi è sembrato il caso. Togliere tempo prezioso a un vero malato. Così sono rimasta a letto: il tempo era bigio e si stava così bene sotto il piumone. Nel pomeriggio, però, le cose sono peggiorate. In tre mesi non ho mai notato uno studio medico passeggiando per strada. Ieri era tutto un fiorire di cliniche. Così sono entrata in quello più vicino alla fermata del bus. La prima impressione è stata pessima: nella minuscola sala d'attesa c'erano sette persone febbricitanti e l'aria era viziata, di più, viziosa. Un impiegato di dodici anni mi dice che devo aspettare 55 minuti, ma che posso anche andare allo Starbucks di fianco o al Numero Uno Pizza di fronte nell'attesa. Un buon esempio di geo-co-marketing, penso, e scappo verso un tè verde e una bolla di ossigeno.
Dopo 45 minuti torno. La coda in attesa è smaltita, pago e vengo accompagnata in un cubicolo in attesa del medico. L'idea generale è di caos e sporcizia: guanti chirurgici e riviste femminili accatastati sullo stesso piccolo ripiano. Al muro, però, sono appesi dei graziosi quadretti dal messaggio new age. Uno dice: "Quando morirò diventerò un albero dalle lunghe radici". Incoraggiante, per uno studio medico. Prego che non mi voglia visitare, che mi dia quel benedetto antibiotico sulla fiducia. E invece no. Mi ascolta, annuisce e  mi fa un'urinocultura istantanea. Il verdetto è positivo. Avrò il mio antibiotico. Per sette giorni. Un giorno anche in Messico. Il che significa che non potrò vedere luce solare nemmeno con la mia fida protezione 60. Starò al bar a bere bibite analcoliche. O mi comprerò un burqa di lino bianco. Certo, avrei potuto ignorare i sintomi, abbronzarmi, sbronzarmi in libertà e pregare che non mi venisse una nefrite nella giungla messicana o, peggio, durante lo scalo a Salt Lake City.

Maturità ti avessi preso prima


Questa notte ho fatto l’ennesimo sogno sulla maturita’. Stavolta pero’ era divertente, per tre distinti e validi motivi:
1- era in Inglese (il sogno, non la maturità)
2- nessuno minacciava di togliermi la laurea nel caso non avessi preso il diploma
3- non era un imprevedibile studio di funzione, non si trattava di conoscere a memoria tutti i fottuti elementi dell'universo... era solo una banale prova di Italiano. Bazzecole.
  
Ma veniamo al racconto. Il tutto si svolge in un'ampia radura in una foresta di abeti, solo che, invece di Marion, dal folto del bosco appare una graziosa insegnante mora che ci saluta con una poesia in Inglese, di cui ricordo solo il verso finale: "It's good to be baked". Con questo augurio, ci accompagna in una mensa, dove la mia compagna di banco C prende una tagliata di vitello come antipasto e chiede se la bistecca proposta come secondo è di manzo, perché non vuole mangiare in un solo pasto father and son. Il cuoco le risponde che it's lion e allora sì, mangiamoci sta bistecca di leone.
Tornati al nostro posto, cerco di placare la mia angoscia per un possibile tema su Dante ripetendo, alternativamente, "Amor, ch'a nullo amato amar perdona" e “Mica saranno cosi’ fessi da darci un tema sul quinto canto come l’altra volta”. (Ho provato a cercare il testo della prova su internet, per vedere se il sogno aveva dei poteri divinatori, ma no: l'altra volta c'era Manzoni).
Alla fine ci assegnano i temi. Io scelgo: "Racconti il candidato di quando ha fatto una serie di cose stupide e poi è andato a Stanley Park". La mia compagna C opta per: "Indichi il candidato una serie di alimenti che lo rendono felice". E poi c'era Dolores, proprio di fronte a me: lei ha scelto la terza traccia, ma quella proprio non me la ricordo.