come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Something stupid like I love you

C'è quello da bambini, sui biglietti colorati o confessato alla mamma con grugno serio da persona grande. Quelli sui diari e quelli urlati, e tutti gli altri solo pensati. Quelli chiusi in un pianto e quelli che fanno commuovere perché non ci avresti più sperato. Quelli di fronte a un tramonto, quelli che sono solo gioia. Quelli consueti come un ciao, ma belli lo stesso perché sai che sotto sono veri e intensi. Quelli scritti su un muro per riconquistare, quelli per tradire, per raggiungere scopi, quelli gratuiti o regalati. Quelli che sai che non torneranno più e quelli che sai che non sono mai arrivati.

Io ricordo quello di un momento, quando lo sentivo premere forte nella testa e nel petto, senza uscire.
Perché il più grande nemico di tutti i ti amo del mondo è la paura.

Home sweet Home

Adesso ho una casa. Ho messo da parte nudisti, scambisti, sandinisti, veggy oltranzisti... e ho trovato il mio rifugio.
Mi faranno compagnia una bella coinquilina messicana di origini italiane che adora il bel paese (who doesn't - dice lei - certo... nessuno, almeno tra coloro che non ci vivono) e un cagnolino riccio riccio. Avrò una camera e una cucina grande, con un vero forno. E starò più o meno qui:

canhome_120

25, 11, 07, 08, 366, 131, 179, 6577, 11815

Oggi le olive compiono il loro primo anno e se c'è un augurio che mi voglio fare è che, tra un martini e l'altro, trovino ogni tanto il tempo di sguazzare un po' sotto spirito.

A Tegucigalpa piove

E anche qui non si sta benissimo.

Ma a Ouagadougu il sole splende alto in cielo. 

Il cielo sopra Tegucigalpa

Stamattina ho personalizzato il mio account di posta con un tema grafico.
Ho scelto l'Albero, così, senza vederlo, perché l'albero mi piace: mi piace guardarne le fronde, toccare il tronco e percepire la vita che scorre dentro appoggiandomici. E mi piace disegnarlo.
Il Signore della Personalizzazione della Posta mi chiede in che città vivo. Gli rispondo, onesta.
E torno speranzosa alla mia posta in arrivo.
L'albero è piccolo, in basso. E in alto un cielo bigio e nuvolotico: ecco il cielo di Milano come si vede da Mountain View. Eppure non è così. Oggi è quasi sereno e ieri c'era un cielo che avrebbe commosso Armstrong: uno squarcio di tramonto colorava di viola una spianata di meringa poggiata su seta azzurra.
Forse il Signore della Personalizzazione della Posta deve solo essere un po' più aggiornato sulle condizioni meteo di Milano.
Io nel frattempo ho spergiurato di vivere a Tegucigalpa.
E ho avuto il mio cielo azzurrino.

In palestra

In posizione "quadrupedia" credevo di aver raggiunto, insieme, il picco della fatica e la massima depressione della dignità umana. Ma poi ho scorto, nello specchio, l'unico uomo del corso vestito con miseri pantaloncini inguinali che non riuscivano a contenere, in quella posizione, un povero testicolo in fuga.

Un caritatevole dilemma morale

Credo che sia tempo di pensionare il mio cappottino grigio.
Mia madre, che butta tutto ciò che non si porta da più di tre settimane e non si capisce perché dopo quarant'anni non si sia ancora disfata di suo marito, dice che è proprio ora.

E questa volta ha ragione: sulle maniche e sulle tasche comincia a essere un po' consumato. Ora mi chiedo: lo devo buttare? E' solo un po' liso sui polsi e sulle tasche, in effetti.
Forse sarebbe utile metterlo in quei cassonetti per i vestiti usati.

Ma è più da stronzi dare via una cosa che non riteniamo più abbastanza bella per noi (ma per i poveri poveretti, per loro che non si fanno problemi se il grigio è un po' scolorito in certi punti, sì che è bella) o buttarla e basta, perché cvibbio, non possiamo mica pevmettevci che i nostvi bavboni se ne vadano pev stvada con vestiti consumati?

Insomma, quanto c'è di egoistico, di discriminatorio nel nostro "fare del bene"? Quanto siamo davvero buoni quando facciamo del bene e quanto, invece, "far del bene" è un atto di conferma della nostra supposta superiorità e, tutto sommato, di mantenimento dello status quo?

Qu'ils mangent des brioches, insomma? Ci rifletterò.

Pomeriggio a casa di Chiara e Simone

Quando arrivo, Simone sta chiacchierando con altri ospiti sul terrazzo. In mutande e canottiera. Il 16 novembre. Il cane degli altri ospiti, invece, indossa un grazioso cappottino bianco e rosso. Felpato.

Decido di raggiungere Chiara in giardino. Sta pulendo il box di Arbatax, il loro cavallo. Mi chiedo perché l'abbiano chiamato con il nome di un villaggio sardo in cui non sono mai nemmeno passati e mi rispondo che Simone voleva chiamare il loro bimbo Lucifero. Tutto sommato Arbatax è un bel nome, per uno stallone.

Arrivano altri amici, Chiara abbandona il rastrello e Simone si mette a cucinare le crepes e la cioccolata con panna.

Mangiamo le crepes, mentre il gatto Cico mangia la pappa del cane degli altri ospiti, che a sua volta mangia gli orsetti gommosi imboccato da Federico, il figlio di Chiara (per fortuna il nome, quello del bimbo, alla fine l'ha scelto la mamma).

Il climax del pomeriggio si raggiunge quando Simone, incurante del costo economico e dell'impatto ambientale dei pannolini usa e getta, ne utilizza uno come supporto per leccare gli avanzi di cioccolata, drammatizzando così una realistica scena di coprofagia.

Fede non approva la teatralità del padre e, dopo uno sguardo di superiorità, continua a mangiare un intruglio di panna e acqua frizzante. Io cerco di dare il mio contributo all'educazione del piccolo insegnandoli Jingle Bells sul piano-libro. Gli adulti non apprezzano e pure lui, che è sveglio ma non è Mozart, si stufa presto.

Però ha imparato il titolo. E io ora per lui sono la zia Jingle Bells.

Me ne vado sentendo di poter smentire il buon vecchio Dostojevski: le famiglie felici non sono proprio tutte uguali. Questa, poi, è diversa in un modo davvero bello.

 

Ode on a Grecian Urn ovvero Vicky Cristina Barcelona

Per tutta la passeggiata di ritorno a casa dopo il film ho provato a spiegarmi questa sensazione strana che mi è rimasta addosso uscendo dal cinema.
Una specie di dissonanza cognitiva. O emotiva, forse.
Per farla breve, il film si conclude (e qui c'è un po' uno spoiler, ma non troppo... insomma, se non siete fissati del finale a sorpresa a tutti i costi... vabbe' fate un po' come volete ;-)), dicevo, si conclude in modo rassegnato. Tutti ottengono quel che volevano inizialmente, ma nessuno ottiene ciò di cui ha realmente bisogno. E, contenti o meno (in fondo chi può saperlo, chi può dirlo realmente), ci dimostrano solo che pianificando o, viceversa, ricercando in modo casuale l'inaspettato si finisce sempre e comunque al punto di partenza. Nessun modello è valido, in fin dei conti. E tutti lo sono, finché ci fanno sopravvivere.
Il punto è che sono uscita di ottimo umore. Contenta. Fiduciosa. Forse è che "come facciamo sbagliamo" e quindi tanto vale fare a modo nostro e cercare di prendere la vita con leggerezza. O forse è che la verità è bellezza, e la bellezza è verita.
Questo buonumore può essere tutto un effetto di un incanto estetico, formale?

AAA

Ho iniziato a cercare casa: spulcio annunci su craiglist e rispondo con una email quasi standard che ogni tanto mi sforzo di personalizzare con il nome del destinatario. Non faccio molto la preziosa. Seleziono la zona, quella è importante, e la fascia di prezzo e poi rispondo quasi a tutto.

Non sono stata così lasca da contattare una coppia che affitta una camera downtown a una giovane donna disposta a fare da slave. Ho lasciato perdere il nudista asiatico (non so perché ha sentito il bisogno di specificarlo) che cerca una giovane donna a cui non dispiaccia fare le pulizie e non sia infastidita dal rientrare vedendosi un bamboccio nudo sul divano, ché "lui di solito quando è a casa normalmente vegeta".

Sono stata tentata dal trentenne che cerca una roomate with benefits. Diceva di esser carino, perché non credergli?

Ma poi ho risposto davvero solo ai molti annunci di gente che appariva sensata, a volte addirittura carina e sono diventata penfriend di 2 donne.

Una affitta una stanza a 750 dollari in un posto un po' periferico ma ben servito; tutto bene, solo che nella seconda mail che mi ha scritto è sembrata un po' inquisitoria: ha voluto che confermassi di poter pagare l'affitto, oltre a sapere se amo cucinare e se sono solita lavare i miei patti. Ovviamente non le ho detto che sono solita buttarli dalla finestra sperando di colpire il gatto del vicino.

L'altra nuova "amica" si premura di dirmi che l'ambiente non è proprio tranquillo. La zona è carina, la guida la indica come quelle aree ex operaie diventate chic bohemienne. E poi è a pochi passi dalla spiaggia. Ma la sistemazione è in un loft separato da una tenda (but very nice... certo, come potrei vivere in una stanza con una brutta tenda) e nella casa vivono la mia amica, la sua fidanzata, le sue due figlie di 15 e 18 anni, un cane molto dolce ma che abbaia e un ex marito che non vive proprio lì, ma ci passa molto tempo.

Ok, forse con un po' di sforzo potrei sopportare il tizio che vegeta nudo sul divano...


Attualità

Qualcosa doveva cambiare. Dovrà cambiare. Forse, è quel che sperano tutti, è già cambiato.
Ha iniziato. Le grandi crisi portano a grandi cambiamenti. Mi tornano in mente ricordi scolastici di Roosvelt. Mi viene in mente il sorriso giovane di JF Kennedy. E' bello pensare che siamo sì una società affaticata culturalmente e socialmente ancor prima che economicamente, ma che in questa apatia abbiamo ancora la capacità e la voglia di cambiare.
Credo sia per questo che tutto il mondo è contento dell'elezione di Obama. Un po' perché è un giovane e bell'uomo di colore, e questo conta: un segnale di civiltà a cui molti non credevano. Ma anche perché è nuovo, parla di speranza e si vede che crede davvero in ciò che spera.
Dobbiamo cambiare. Per forza. Forse le prossime elezioni americane non saranno così importanti per gli equilibri mondiali e il mondo stesso sarà un po' più equilibrato, pacifico. Unito.