Ice and the city
Ancora uova
Avete mai provato a cucinare una frittata senza rompere le uova?
Sarebbe piuttosto stupido: restereste senza frittata e senza uova.
Ma quanta gente si illude di costruire, nutrire, cambiare la propria vita continuando a fare frittate senza rompere le uova? Come si può essere così ciechi? Quanti sono i danni che porta la pavidità?
Dove restano, alla fine, gli avanzi dei gusci bruciati e secchi? E dove finisce lo sciocco cuoco affamato dal suo stesso timore?
Insomma, quod me nutrit me destruit o quod me destruit me nutrit?
Spazio o tempo?
If beauty is truth...
Qualche giorno fa ho rinnovato il desktop del mio pc. Ho messo una bella foto di un viaggio recente, un angolo di erba verde punteggiata da piccoli fiori di camomilla, un tronco appoggiato su una spiaggia e la sabbia sul fondo.
Ho anche ripulito lo schermo da icone e documenti di cui non ricordavo il senso o l'origine e lasciato i rimanenti in bell'ordine, seguendo gli spazi disegnati dalla foto.
Sono orgogliosa del mio nuovo desktop. Così orgogliosa che in più di una settimana sono riuscita a non sporcarlo, a lasciare intonsa l'armonia delle poche icone utili adagiate sull'erba.
La bellezza, il desiderio di mantenerla e di goderne ogni volta che voglio mi hanno spinto a una disciplina che non credevo di avere o di poter trovare piacevole.
Che l'armonia, il bello, il piacere siano funzionali all'ordine e alla pulizia? Applicare questo concetto a qualcosa di più ampio rispetto al microcosmo del mio portatile è un pensiero che sta inquietando le mie giornate.
E la mia fantasia altalena tra il rovinare l'armonia dello schermo con icone buttate a caso qui e là e il desiderio di chiedere al mio capo di poter lavorare su un antico scrittoio di mogano intarsiato.
Attento a ciò che desideri, perchè un giorno potrebbe avverarsi
Mangiare la pizza sulla spiaggia, stare a letto tutto il martedì, visitare Istanbul, costruire una casa sull'albero, trovare una persona che ti conosca così bene da saperti sorprendere ogni giorno, un governo che supporti la ricerca scientifica, conoscere così bene una persona e nonostante tutto sorprendersi ogni giorno di come sia, un governo che mi faccia sorridere, vivere sul mare, portare mia madre a Parigi, guardare fuori dalla finestra fra mezzora e scoprire che c'è il sole e posso andare a leggere al parco, prendermi un anno sabbatico per conoscere l'Asia, avere il coraggio di chiudermi in casa e scrivere guardando fuori dalla finestra, tornare a Fajal, riuscire davvero a fare quel weekend con Chiara e anche quello con Erika, vincere alla lotteria.
Sì, vincere alla lotteria aiuterebbe.
Coleridge, Caprettini e la fenomenologia del succo di pomodoro
Stamattina ho mangiato una specie di Madeleine virtuale. Un post di un mio amico sul suo blog mi ha ricordato un momento speciale in un'aula universitaria dall'aria colorata di lime.
Il professore di semiotica ha detto una sola semplice frase (tutto il resto era Greimas) che mi ha fatto comprendere un paio di cose essenziali sulla natura dell'uomo, dell'immaginazione e dell'industria dell'intrattenimento.
Per poterci divertire al cinema applichiamo un meccanismo di sospensione dell'incredulità. Insomma, per un po' ci dimentichiamo la mamma e la storia del pomodoro al posto del sangue. Il mio amico a volte decide di non abbandonarsi alla sospensione goduriosa dell'incredulità. Così, vittima come me di una perniciosa propensione all'astrazione, passa il tempo a chiedersi "chissà come si sente quell'attore a recitare questa parte". Lucidamente autolesionista.
Le cose nella vita reale sembrano andare diversamente: qui, ogni giorno, sembra che la sospensione dell'incredulità sia, quanto meno, un meccanismo da fessi.
Possiamo scegliere di vivere come attori consapevoli o spettatori creduloni, oppure rischiare di recitare così bene da ingannare per primi noi stessi o, infine, rovinarci ogni piccolo piacere per il gusto del controllo o il puntiglio della verità.
Da oggi aggiungo una voce nella mia lista di desideri per me e i miei compagni di schermo: che l'attore continui a dimenticare che è solo pomodoro quello che gli macchia la camicia e che lo spettatore abbia una tale fiducia in sè e nel mondo da lasciarsi andare veramente ai piaceri belli e beffardi della vita.
Tanto poi lo sappiamo che per i titoli di coda restano solo pochi affezionati. E quel che ci aspetta, poi, "è tutta un'altra storia".
http://it.wikipedia.org/wiki/Sospensione_dell'incredulit%C3%A0
Visioni
Oggi nel dormiveglia ho avuto una visione. L'ho trasformata in fantasia sulla metropolitana. Qualche chiacchiera, un giro di mail e due scartoffie potrebbero mutarla in qualcosa di più. Un'idea. Un progetto. E nell'ipod la voce di Morrisey suona come una preghiera.
Devo solo fare quel che voglio.
E dimenticarmi del fatto che lo dovrei dire a tutti gli altri. Good times for a change?
Archetipi
Noti anche come fissazioni o monomanie, gli archetipi di cui voglio parlare ora sono quei comportamenti o modelli "mitologici" che, profondamente, ci spingono sempre nei guai e sempre, più o meno, nello stesso modo.
Nel mio circolo di conoscenti, gente piuttosto sana e che comunque gode ancora pienamente dei diritti politici, posso trovare un'esaustiva parata di archetipi di ogni foggia e modello. Andiamo dal classico "mi innamoro sempre degli uomini delle altre" (o di musicisti tossicomani) al "io li aiuterò a scoprire il loro vero io" (che spesso si chiama Priscilla). C'è quello che si innamora solo di donne in menopausa, quello che si trova tra i piedi solo fanatiche di pratiche che terminano in -ing. Chi si è fatto qualcuno almeno in ogni continente e chi si mette solo con chi ha venere in acquario.
Il punto è che cosa ci rende veramente felici. Assecondarli? Comprenderli e introiettarli sviluppando in noi stessi quel mito mancante che andiamo a ricercare nelle relazioni con gli altri? Distruggerli per liberarci dei condizionamenti e vivere davvero secondo la nostra natura?
Ma cosa resta della nostra natura se liberata dai modelli che ci rendono così veramente "noi"? Siamo sicuri che senza il nostro dispettoso archetipo non finiremo con il lottare (o diventare) con uno sbadigliante stereotipo?
PS: Anche io, ovviamente, ho il mio personalissimo archetipo: tutto sommato mi è andata bene, per lo meno non mi picchia per rubarmi i soldi per la dose.
9 ore fa
Quanto è parziale la nostra vista? Quanto amano, le cose, nascondersi agli occhi, truccarsi di luce diversa, prepararsi al nostro tocco o fuggire lasciando il gonfiore di cuscini sotto le cose. E quanto siamo noi a ingannare. Nascondere pezzi di verità, lasciare fuggire una mezza parola, dire solo quel che serve, è utile, conta.
In un mondo in cui non esiste verità nelle cose, vorrei almeno sentire, ora, la mia.


