11/02/12 18:13
Lettera
Pensavi ti avessi dimenticato. Un po', forse; cercavo di non guardare la tua finestra, passando. Cercavo di cancellare i sogni. Ma è proprio in un sogno che mi è arrivato un pezzo di una tua orecchia, un giornale sgualcito con una data di dieci anni fa. Urlavano che mi ascolti, che le tue notizie lontane hanno bisogno delle mie parole. E io di te.
Ne ho combinate un po'. Sciocchezze, soprattutto. Come quando scappavamo insieme per parlare di politica, di palloncini colorati che avrebbero sollevato montagne. L'altro giorno ho rivisto la tua montagna: ci hanno piantato una bandiera sopra e, vaffanculo, mi è sembrato un insulto.
E ho sentito che ero io a insultarti. Con le mie bandiere piantate e lasciate a bagnarsi sotto la pioggia, con le mie corse per timbrare il cartellino, le mie dita puntate sul mappamondo e i miei piedi a bagnarsi nelle pozzanghere. Con i miei biglietti del treno, i desideri obliterati, il sonno dimenticato con la raccolta differenziata sul terrazzo, a gelare.
E' inutile che tu mi chieda "gli altri, gli altri come stanno". Non li ho più sentiti e non li ho sentiti perché saremmo scoppiati in un pianto: troppi problemi a diventare grandi, troppe collezioni di dischi vendute, troppa tenerezza ancora lì a cercare il suo sfogo. Basterebbero le loro voci, le nostre, a farci capire in un istante dove siamo e perché tu non ci sei.
Capisci, vero? Non è ancora tempo di piangere. E' tempo di ingoiare e sorridere, ignorare le nubi, provare a soffiarle via. E' tempo di convincersi che la strada è quella giusta, cantare che andrà tutto bene, che tornerà il sole ocra di Cannes. E torneranno i baci, le urla contente, le ginocchia sbucciate, le caramelle; torneranno i sogni leggeri, il rock and roll, torneranno le stelle. Che quelle, forse, non se ne sono mai andate, che ci aspettano calme dietro al freddo dei lampioni, nascoste dai fumi grigi dei bar, dai nostri Rayban rigati messi sulla testa per scostare i capelli, da te.
06/02/12 23:54
La trama del miracolo
"Instead of worrying that he was dull, Madeleine decided he was gentle. Instead of thinking he was poorly read, she called him intuitive. Se exaggerated Dabney's mental abilities in order not to feel shallow for wanting his body". (J. Eugenides - The marriage plot).
Questo succede quando un libro ti parla. E' un po' come un amore. Improvvisamente non senti altro che il desiderio di stargli vicino. Ti isoli insieme a lui, le sue parole che ti risuonano in un'area indefinita tra gli zigomi e il collo. Piano piano ti trasformi: insieme a lui diventi un mostro a due teste, un corpo con due vite e tante anime quanti sono i personaggi che lo vivono. Ogni suono che viene da fuori, la tv, tua moglie in cucina, è una violenza, un affronto; ogni pensiero ti riporta a lui. Arrivi anche a pensare che riesca a dare forma ai tuoi sogni. E poi ti senti lacerato, confuso. Non vedi l'ora di cogliere tutto, ma sai benissimo che, una volta arrivato alla fine, lui non ci sarà più: ci sarai tu, cambiato per sempre grazie a lui e poi ci sarà lui, posato su uno scaffale, violentato, nudo e senza significato.
Trovare un libro da amare è come innamorarsi. Allo stesso modo l'amore è come un libro. Non puoi leggerlo senza arrivare alla fine e solo quando l'hai consumato, puoi dire di averlo capito veramente. E poi resta solo un oggetto su uno scaffale: tutta la sua vita, nuova o immaginata, dentro la tua.
PS: a prima vista la citazione iniziale non ha molto a che vedere con quanto poi ho scritto. E invece sì.
30/01/12 23:17
Ultimamente mi sono ritrovata spesso a pensare agli stereotipi
Non siate ipocriti, dio salvi la regina e benedica gli stereotipi. Siamo tormentati (volevo dire tempestati?) da roba che deve essere interpretata. Velocemente capita, digerita, consumata. Per fortuna gli stereotipi ci danno una mano dicendoci come dovremo comportarci con quel tizio che beve vino su un marciapiede o con la signora che attraversa la strada per non passargli di fianco. Se dovessimo guardare l'uomo dietro il vino in cartone e capire la paura oltre gli orecchini di Cartier, finiremmo prima o poi per dimenticarci di guardare a sinistra prima di attraversare. E quel bifolco del guidatore di SUV che parla sempre al cellulare e non rispetta mai le precedenze, ci metterebbe sotto.
Va bene, ma non basta. Gli stereotipi ci dicono molto anche di noi: ci liberano dalla fatica di conoscere gli altri e ci permettono di capire un po' meglio noi stessi. Ci regalano la grande occasione di concentrarci solo su di noi, il privilegio di vedere solo quel che vogliamo, la gioia - permettetemelo - di fottercene. Poi ci ritroviamo a farci l'amore, con uno stereotipo. E finisce che capiamo un sacco di cose vedendolo dissolversi dentro di noi. E poi, magari, finisce che ci manca.
28/01/12 15:45
Le kilojoule del male
C'è di sicuro uno studio di un'università di un posto che nessuno ha mai sentito nominare, in Texas o Nuova Zelanda, che dimostra che i muscoli del viso si affaticano il 37% in più per un broncio che per un sorriso. Lo studio sarà stato condotto su un campione di mucche da latte, ma a nessuno nella redazione di Marie Claire importerà molto. A loro interesserà il postulato secondo cui, per fare il broncio si spendono mediamente 16 calorie in più che per un sorriso. Solo dieci bronci e puoi mangiarti un Kinder Bueno.
Ma a me interessa per un altro motivo.
Quanta fatica ci costa essere infelici? Dal broncio alla guerra, il male ha sempre avuto un prezzo più alto del bene.
Quanto siamo sciocchi a non accorgercene. Quanto è sciocco non ridere, non amare.
31/07/11 23:39
Ora no
La vita è come guidare la macchina di notte: i fari ti fanno vedere solo pochi metri di strada, ma anche se non vedi tutto il percorso alla fine a casa ti ci portano.
Poi ci sono i momenti in cui ti permetti di accendere gli abbaglianti. In quei momenti la strada si allunga improvvisamente, i cespugli o le case intorno si spogliano sotto una luce blu.
E allora ti sembra di vedere tutto, o almeno di più.
No, adesso non è un momento così, ma arriverà.
14/06/11 18:57
Teoria e pratica
La cosa più difficile non è smettere di amare. E' rassegnarsi al fatto che l'altro non è (più?) come noi lo vedevamo. Non è lasciare andare via l'amore, è ammettere di aver sbagliato giudizio, ammettere che il giudizio va cambiato. E' il cambiamento dell'immagine dell'altro, e di conseguenza di noi stessi, la parte più difficile.
In amore è facile da capire, ma penso che non sia molto diverso con gli amici. La differenza è che l'amicizia è un sentimento pacato e che accetta, quindi nel momento in cui ci si disillude su un amico, o prevale la pacatezza e quindi si dimentica e lo si abbandona, o prevale l'accettazione e quindi si comprende la nuova immagine e si va avanti con quella.
Cerco di ricordarmi questa lezione mentre sento l'immagine di alcuni amici cambiare dentro di me, facendomi male come un bimbo che scalcia, pronto a uscire per diventare qualcosa di nuovo, di altro, per sempre, per un po'.
ps. com'è che sento la voce di qualcuno che mi dice che no, è solo la peperonata quella?
30/05/11 23:40
Il giorno dei discorsi
Ti scrivo sempre quando penso troppo, quando i pensieri arrivano a riempirmi le orecchie, e le sento bruciare.
Sta iniziando un'estate bella e azzurra. Progetto un viaggio che mi ricorda il nostro: quelle macchine scassate, le cassette dei Nirvana e la tua maglietta vecchia rubate. Abbiamo dormito una notte sulla sabbia, fatto il bagno all'alba per lavarci la rabbia.
Succederà ancora?
Mi graffiavo le cosce sulle rocce rosse, sola, lassù, con il mio taccuino. Ti vedevo bagnarti nei tuoi dubbi, sentivo tutto l'alcol risalire fino agli occhi. Perle, errori, poco altro.
Non sembra cambiato niente. Ma dicono cambi tutto - anche - in un solo istante. Come una testa sull'asfalto, due occhi nuovi, come l'aria nei polmoni, o l'acqua. Un vuoto che riempie e poi implode e poi eccolo che arriva.
Oggi è un giorno che ti farebbe felice, ti piaceva l'arancione. Ascolti ancora Monteverdi? Io raramente, più Bach. E ho paura: non so più distinguere le note, gli amici, il bene mescolato a quel male che mi scivola tra le dita, mi scappa dagli occhi. Sono solo uomini, hai ragione, sono solo io.
Adesso ci provo, ci riesco, adesso ti dico che ci provo, giuro, ci riesco.
23/05/11 21:44
Basi di una cosmogonia dell'Esselunga
Il primo giorno fu la luce. Poi dio inventò altre cose, tipo le lasagne, le mamme e i congelatori; non necessariamente in quest'ordine.
Le mamme vivevano felicemente nel paradiso terrestre, senza conoscenza della coda alle casse, dei punti fragola e delle otto e mezza del lunedì sera. Passavano le giornate a cucinare lasagne. I torrenti ribollivano di ragù e le felci fiorivano pasta all'uovo, quindi non è che facessero sta gran fatica: si trattava solo di preparare la besciamella migliore.
Un giorno una mamma particolarmente ambiziosa, decise di sfidare le altre mamme. "La mia è la besciamella migliore" disse. "No, la mia è la migliore". "Adamo preferisce la mia". "No, lui dice sempre che è meglio la mia".
Adamo, ovviamente, non sapeva cosa dire (del resto a lui piacevano indifferentemente tutte le besciamelle di tutte le mamme del paradiso terrestre). Fu così che pensò di cavarsela dicendo che lui, alla fine, preferiva le lasagne del forno proibito.
Bisogna tornare un po' indietro a quando dio aprì questo forno sperimentale, un po' Bimby un po' ventilato. Il forno preparava da solo le più sublimi delizie per il palato. Ognuna di queste delizie, però, regalava al mangiatore, oltre alla sazietà, una nuova fame. Le lasagne davano la curiosità, il coniglio al forno regalava irrefrenabile desiderio carnale, le patate arrosto la sete per il potere, e così via. Dio aveva proibito ad Adamo di provare i cibi del forno proibito e aveva occupato le mamme nella cottura delle lasagne per tenere buoni un po' tutti. La cosa aveva funzionato bene fino a quel momento.
Ma la più ambiziosa delle mamme non era tipo da cedere di fronte a un comandamento divino e decise di provare le lasagne del forno proibito. Il piano era semplice: scoprire il segreto, vincere la disputa e poi boh. Il paradiso non è che desse grandi occasioni di sviluppo e crescita personale.
Dio non la prese bene.
Appena quella infilò il suo dito nella teglia proibita, fece un casino tremendo. Qualcuno dice che non aspettasse altro. Le occasioni di sviluppo e crescita, del resto, non è che siano tante nemmeno per dio nel paradiso terrestre.
Così inventò il primo temporale della storia e lo chiamò Katrhina e poi, rivolto alle mamme, con furia indignata urlò: "Partorirete nei dolori e tirerete la sfoglia a mano!" e poi ad Adamo, senza guardarlo nemmeno troppo, che già la presenza lo irritava: "E tu, idiota, dovrai indossare cravatte con personaggi Disney, andare a caccia e fare la guerra per mantenere il mondo un posto ingiusto e faticoso, così che io possa continuare a controllarvi con la speranza di un futuro pieno di tortelli e senza Quattro salti in padella".
Fu così che dio inventò le mamme, poi il congelatore e, infine, l'Esselunga.
25/04/11 18:48
Essere salvati da un economista
Nella sua rubrica su Internazionale, Tim Harford risponde a quesiti di economia sociale e crucci di vita quotidiana con chiare e inequivocabili teorie economiche.
La scorsa settimana, parlando della convenienza di avere una storia d'amore "comunque sia" o piuttosto aspettare l'anima gemella, Harford riporta una ricerca i cui risultati sembrano dire che le persone modulano i propri standard in termini di scelta dell'anima gemella in base al contesto in cui si trovano, o, per dirla con più scienza, a quanto sono disperate. http://www.internazionale.it/l%E2%80%99anima-gemella/
Anche se l'economista porta, pragmaticamente, a una conclusione diversa dalla mia, la ricerca mi dà comunque spunto e fondamenta analitiche per sostenere che, se ancora non ho trovato l'anima gemella, è solo perché ho degli standard molto alti e, vivendo in un contesto che mi permette scelte di buon livello, non sono ancora disposta ad abbassarli.
Sembrerà una conclusione scontata, ma anche le convinzioni più forti e sane possono subire qualche contraccolpo dopo un weekend in famiglia, con vecchi zii e imberbi nipoti parimenti rassegnati sull'infelicità, secondo loro, delle mie scelte sentimentali.
21/04/11 23:29
Distacco
E' questo il punto: il distacco. Non quello della retina... che poi l'idea di retina proprio non riesco ad afferrarla. Immagino piuttosto una specie di garza sottile dietro agli occhi dove vengono proiettate vecchie pellicole. Un piccolissimo Nuovo Cinema Paradiso. Avrebbero dovuto chiamarla garza, avrebbe avuto più senso.
Comunque sia, il distacco è il punto. Nel bene e nel male. Un sano distacco è quello che non ti fa svegliare nel cuore della notte perché ti sei ricordato di non aver mandato quell'email al tuo capo, o con l'ansia di non avere chiuso il gas (di-staccare il gas potrebbe in ogni caso essere un buon consiglio per menti distratte o ansiose); ti fa ridere di un amore andato a male, abbozzare di fronte a una sconfitta, fregartene degli altri, passeggiare per Corso Buenos Aires il sabato pomeriggio o in piena notte senza notare la differenza, non sentirti mai davvero appassionato alle cose, poter fare a meno, sempre, di chiunque, non prendere nulla sul serio.
E qui le cose cominciano ad andare verso una china infida: il passo è breve dall'accettazione al cinismo, dalla placida gentilezza al qualunquismo, dal distacco zen alla lieve depressione.
Qualcuno mi ha detto oggi commentando la mia sbadataggine: "Non capisco come sia possibile che tu sia ancora viva alla tua età".
Il punto è il distacco, dico io: è che solo un sano distacco ti salva la vita.
Finché non te la toglie, ovviamente.


