come d'autunno le olive nei martini

Si sta come d'autunno le olive nei martini

Pioveva sempre

Pioveva. Come ogni volta che ti ho visto, pioveva. Un inizio tardo di autunno, la prima pioggia di sorpresa dopo un settembre lungo, troppo caldo dopo un agosto tropicale.
Quando era neve non c'eri. Sepolto nelle tue coperte o a zonzo, lontano. Non che io mi chiuda in casa. Temo il freddo, lo temo tantissimo, ma mi copro, strati di seta e lana e roba sintetica e ancora lana. La pelle che diventa bella, le serate seduti sul parquet. Asciutti, senza di te. Non sei mai stato tipo da stagioni intense. Non ti immagino con una tuta da sci. Potrei pensarti in costume?
Aprile era una noia di pioggia, non vedevi l'ora che finisse. Guardavi il meteo, io i miei stivali. Reggeranno fino alle infradito, fino a domani? E avrei voluto mettere un vestito nuovo, quello leggero. Non pensavo a te e sei arrivato, nascosto dietro un ombrello di pioggia dritta, infinita. Quella che porta piccole frane di capelli arricciati.
Volevo così tanto l'estate. Tanto che è arrivata. Dici è normale. Non è vero. A volte le sfuggiamo volando verso nord, come le oche. Come noi. L'asfalto che vomita vapore, il sole e le sue creme. Non sei mai stato tipo da stagioni intense, ma abbiamo avuto il nostro temporale. Grazie a dio: sarei morta senza, sarei morta vedendoti respirare, io che non respiravo. 
E ora inizia un altro settembre. Subito, così presto. Troppo, dici, non hai amato l'estate come avresti voluto. Ti chiudi in un planetario per vederti addosso un pezzo di sole. Che idea, ti dico, ed esco a comprare un altro ombrello colorato. Mi faccio bella per un nuovo autunno, ma temo la pioggia per quel che non mi darà.

Garfield e la ciabatta marocchina

La gente è interessante, se la guardi.

Oggi, ad esempio, ho visto un bambino con una meravigliosa maglietta di Garfield con scritto Do I look like I care? Quello sì che sarà un bel tipo da grande: lo sciupafemmine strafottente che fa tanta tenerezza. Il tipo che non vorresti mai che inciampasse sulla strada di tua figlia, ma che preghi ogni sera possa inciampare sulla tua.

La scorsa settimana, prima che il generale inverno venisse a buttare il naso prematuramente sul nord Italia, c'era un tizio che stava tutte le sere seduto su un marciapiede vicino casa mia. Quattro volte sono passata, in quattro diversi orari, e lui era sempre lì, con un computer portatile sulle ginocchia. E scriveva. Sì, forse usava il wifi di un liberale abitante del palazzo in attesa dell'apertura di un vero Starbucks a Milano. O forse no. Forse scriveva fiabe sulle scarpe che passeggiano di sera. C'era una volta una graziosa ciabattina marocchina che si annoiava nel suo castello polveroso tra via Roma e corso Siracusa. O tentava di scoprire i conti falsati del bilancio della scuola di ballo all'angolo. Magari era una spia, o aveva litigato con la moglie. Sembrava un tipo normale, dopo tutto.
 
E poi la chicca: la coppia di mezza età con roulotte e verandina che cena all'aperto in una piazzetta proprio dietro Corso Genova. Così, come se fossero in un camping di Bibione. Come se potessero vedere il mare blu di un'isola croata oltre il muretto di recinzione del cacatoio dei cani.
 
La prossima volta ci parlo: chiedo al ragazzino quanto vuole per la sua maglietta (e per giurare di non rivolgere mai la parola a mia figlia), ai signori della cena se mi offrono un tocco del loro pecorino. E al tizio strano che scrive? A lui non dico nulla: mi ci siedo accanto e inizio una storia su una ciabatta marocchina che incontra un liso scarponcino Lumberjack proprio all'incrocio tra via Roma e corso Siracusa.

Oggi

Oggi è uno di quei giorni così chiari. Quando la luce è così forte che non puoi fare altro che chiudere gli occhi. E le parole dette, le paure sentite, tutto, tutto è così luminoso che non puoi fare altro che chiudere gli occhi. 
Oggi è uno di quei giorni in cui vorresti chiudere gli occhi per pudore su tutte le cose fatte. Il sole ti illumina di vergogna, ti giudica e deride. Un giorno in cui la luce pesa come particelle ingrassate sul petto dei pensieri. Oggi è uno di quei giorni di rinuncia e sale, di scelte sbagliate, di chiusura nella casetta nel bosco, di riparo dal lupo. 
Oggi è tutto, solo un giorno. 

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso

Ti ho scritto tempo fa. Non era un buon momento. Ora è diverso: non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto. E' che non penso più alla destinazione. Guardo dai finestrini, mi obbligo a fermarmi nei cessi degli autogrill: faccio quel che devo in apnea e riparto. A volte dimentico di respirare anche quando c'è solo il profumo delle brioches messe a scaldare. Studio le persone in coda. Faccio degli incontri, divento amica di luoghi speciali, di compagni nuovi e ritrovati.

Ti ho chiesto un segno, allora, e non me l'hai dato, perso nel tempo, le tue ore, interstizi infiniti di ricordi. Invece stanotte è arrivato. E' di pomeriggio, studiamo, noi due, io e te, oggi. C'è anche casa tua, con le persiane spalancate su uno specchio d'argento e tuo fratello in auto che mi aspetta: deve andare a comprare un cappotto e gli hai chiesto se mi riaccompagna. Mi avvolgo in una sciarpa, perché vicino al camino fa caldo, ma fuori è già iniziato un autunno bastardo.

Pensieri di ovatta riempiono la stanza, come un odore di cannella e della legna che hai lasciato bagnare. Mi saluti con un bacio. Hai una fotocamera digitale in mano, rossa e con le orecchie di topolino: un giocattolo rubato non so dove. Ci fotografi con le facce appiccicate; io mi porto via la macchinetta e scendo le scale verso il clacson. Luca osserva il traffico delle cinque, non mi guarda mentre rido e inizia a guidare. Pensa al suo cappotto nuovo, pensa alla lana - che dovrà essere blu e liscia - e a sua moglie che lo aspetta pronta per uscire a mangiare la pizza; a vostro padre sempre più piccolo, pensa che siamo solo fantasmi, noi due, nel tuo mondo.

Parlo ai muri

A voi non capita mai di fare lunghi discorsi dentro di voi?
In silenzio, dico. Discorsi che durano anche giorni. Ma non sono monologhi, non sono riflessioni astratte. Si tratta proprio di parlare con qualcuno. E sono discorsi sensati, seguono le regole della civile convivenza, della buona conversazione. Il qualcuno ovviamente esiste.

Un caso frequente si ha quando il destinatario, virtuale ma realissimo, è anche contenuto stesso del discorso, o protagonista.
Che ne so, vi sarà capitato che qualcuno quasi vi mettesse sotto per strada e a voi al momento non venisse nulla da dire per via dello spavento; poi però, tornando a casa, ecco mille improperi perfetti per la situazione. Così iniziate a rivivere la scena nella vostra testa, dicendo tutto quello che avreste voluto dire e non siete riusciti.
Ecco: questo è un caso simile. Non preoccupatevi, non passo giornate a fare discorsi riottosi con gli sconosciuti, nemmeno nell'intimo silenzio della mia mente. Però il procedimento è lo stesso. Dico a qualcuno tutto quello che vorrei dire, che so che non è opportuno dire, che so che magari è anche opportuno, ma che non mi va. Tutto quello che non sa uscire, tutto quello che il buon senso o la paura trattengono. Io non riesco a cacciare questi discorsi, così "li parlo", continuamente, costantemente, con varianti infinite o senza finire mai. Da sola, a me stessa. Dentro di me. Con l'ignaro destinatario, magari a pochi centimetri da me, che passa il tempo a chiedersi "Perché mi guardi e non favelli?". Poi finisce che favello, o che scrivo, o che mi stufo talmente di parlarmi addosso che il discorso si esaurisce, nel pensiero e nella parola. E l'ignaro coprotagonista non saprà mai tutte le cose belle, complicate, dolci o infamanti che avrei tanto voluto raccontargli.

Un altro caso, un po' meno frequente, è quando immagino di parlare a qualcuno di un argomento che non lo riguarda direttamente. Il destinatario, in questo caso, ha più che altro una funzione maieutica e di solito è un amico, una persona vicina, qualcuno che sarebbe disponibile (forse anche felice) di raccogliere la testimonianza. Ma anche gli amici più cari ci sono più cari nel cuore che nei gesti, e allora spesso ci facciamo vincere dal timore, dalla pigrizia, da un desiderio sterile di non essere inappropriati. E allora magari parliamo di scarpe e vestiti, di politica e letteratura, ma solo con la bocca. Nella testa, invece, stiamo raccontando cose completamente diverse e forse anche più interessanti.
 
Che spreco, direte voi. Una parte di me mi dice, invece, che questi discorsi non sono del tutto sprecati, che, tra le molecole pesanti delle parole pronunciate, ogni tanto si spargono anche le molecole leggere dei discorsi solo pensati. Mi piace pensarla così e forse sbaglio, ma sono convinta che quando ci sono delle vere connessioni emotive si capisce che qualcuno ti sta dicendo qualcosa dentro sè, che qualcuno ti pensa, che ti vorrebbe parlare, che vorrebbe smetterla con le stronzate ed essere finalmente vero.
 
Miei cari interlocutori immaginari, se ci siete, se esistete, battete un colpo. Potrei anche immaginare di sentirlo.

Vivere il presente

Oggi ho avuto un'epifania. Una di quelle illuminazioni che ti aprono prospettive nuove, ti inondano di gioia, ti instillano quella speranza che è olio e carburante della vita.

Oggi ho realizzato che il prossimo anno il mio compleanno sarà di venerdì. E poi ci sarà il sabato, e poi domenica e ferragosto e San Rocco. Il prossimo anno avrò cinque lunghi giorni oziosi per festeggiare come si deve. Non è bellissimo? 

POST-PRODUZIONE DI UN DIARIO DI VIAGGIO, IN ORDINE CASUALE. PARTE QUARTA: WILLY L'ORBO

Non ci siamo fatti mancare niente. Le lunghe strade deserte, solo foreste e un pick-up a dare il ritmo ogni quaranta minuti; i benzinai, la donna che chiacchiera consigli non richiesti, i ristoranti che chiudono alle dieci di sera, l'insostenibile leggerezza dell'insalata affogata nella salsa ranch. Bambini educati, bambini grassi, bambini che giocano nell'acqua gelida mentre noi vendiamo l'anima al diavolo per dei calzini di lana.

 
Portland è una quarantenne uscita da una comunità di recupero. Ha una scorza di lucido che ci ricorda la brochure di una piccola società di intermediazione finanziaria. L'enorme statua di bronzo che ritrae Portlandia, la dea del commercio, ci fa toccare con mano l'idea di "invenzione della tradizione". Ma sotto la scorza ci sono palazzi in declino e ringhiere arrugginite: è la parte più bella, poi, quella in cui lei ti racconta della sua giovinezza dissoluta, ti parla di incontri speciali, tratteggia personaggi oscuri tra i vicoli. E' la decadenza che ti ricorda un po' casa, solo meno elegante. Così ci concentriamo su chi la anima: il predicatore cristiano che dice che la sola cosa gratuita, a questo mondo, è Gesù e che mi fa pensare che no, non deve avere molti contatti con Santa Madre Chiesa, che non deve esser mai passato per Roma; e un suonatore di chitarra che va a disturbarne la predica, gli studenti che ridono, un imperdonabile paio di calzini di spugna con la bandiera americana, una studentessa di vent'anni con lo zaino di peluche a forma di Pikachu, un vecchio e la nipote che mangiano nello stesso modo da due identici sacchetti di plastica voltandosi le spalle.
 
Seattle è più bella. Mi ricorda Vancouver, ma mette più soggezione. Non vediamo tante tracce di Grunge e io, un po', me ne dispiaccio. Però ha un porto e ha un tramonto, e a volte questo basta. Mangiamo del pesce a pochi centrimetri dall'acqua, vediamo l'imbarcazione dei pompieri che spruzza acqua come Moby Dick, ascoltiamo una barzelletta dal ristoratore e scopriamo, con mio enorme sollievo, che il mercato è chiuso e che il negozio di mele caramellate resterà aperto fino alle dieci.
 
E poi c'è la destinazione vera, la spiaggia selvaggia, il luogo mitico da incontrare al costo di un inseguimento della volante di polizia. E ci arriviamo di mattina dopo aver dormito in un'enorme suite di un residence in un posto dove ci sono solo residence e una sala giochi. Ci arriviamo dopo aver mangiato il granchio, dopo aver cercato della birra come acqua nel deserto, dopo aver ballato su montagne russe fasulle. Scopriamo che i puffin, animali di coppia fedeli e cicciotti, ci vanno solo in primavera, ma vediamo delle stelle di mare grosse come polpi, che pulsano di vita. Facciamo disegni nella sabbia e ci ubriachiamo di nebbia guardando gli scogli ricomporre il disegno del medaglione di Willy l'Orbo. Fotografo dei surfisti, desiderando un falò e il giovane Keanu Reeves e quando siamo zuppi di vento e di salmastro corriamo verso un hamburger, verso il blue cheese.
 
Il ritorno è buio e traffico e canzoni. E' sentirsi a casa di nuovo, verso un Canada che è solo un'America struccata e ancora in buona salute.

PROGRESSI DELLA SCIENZA DOMESTICA

Ho trovato un modo per stirare i miei pantaloni instirabili di lino blu: basta arrotolarli quando sono ancora bagnati e poi usare il ferro ben caldo prima che si asciughino. L'arrotolamento è fondamentale: ammorbidisce il tessuto e evita le micropieghe.

S., dell'infanzia al lavasecco, sarebbe fiera di me.
Sorvolerei, invece, sul fatto che, dopo un anno nella nuova casa, non ho ancora comprato un asse da stiro: in presenza di una schiena ancora giovane e flessibile - resti tra noi - il letto è una base perfetta.

POST-PRODUZIONE DI UN DIARIO DI VIAGGIO, IN ORDINE CASUALE. PARTE TERZA: L'IMPATTO.

E' un po' come rivedere un vecchio amante, così vicino e insieme lontano: intimità che resta, istinto a pulirgli un baffo di cappuccino, e distanza che avvolge. 
Le stesse strade sono insieme familiari ed estranee: le puoi percorrere senza inciampare leggendo il giornale, ma se ti guardi intorno sono irreali come un fondale di cartone.
E come per un vecchio amante, non smetterai mai di essere sua nel ricordo di una manciata di cellule, ma basterà così.
Perché i vecchi amori non tornano, e di solito è una buona notizia.

POST-PRODUZIONE DI UN DIARIO DI VIAGGIO, IN ORDINE CASUALE. PARTE SECONDA: GLAMOUR IN SFO

L'aeroporto di San Francisco non è un luogo molto rassicurante: non ci sono Starbucks e non ci sono McDonalds, però c'è il miglior cibo aeroportuale del mondo. Però chiude tutto alle undici di sera, anche i bagni delle signore. Per trovarne uno aperto alle tre ho dovuto cambiare terminal. Dicono che San Francisco sia una città che non dorme mai. Evidentemente la cosa resta confinata a Castro. All'aeroporto dormono tutti, tranne la sottoscritta, che ha deciso di abituarsi con 24 ore d'anticipo al GMT+1 e passa, così, la notte a leggere Glamour. E impara, nell'ordine:

- che in USA una tipa ha denunciato un ex per averle passato il papilloma virus (vincendo una causa da un milione e mezzo di dollari)
- che in USA le ragazze sono molto insicure: il 60% delle frasi è semplicemente una variante di: "Tranquilla, anche tu troverai il tuo Mr Right, non solo la tua amica reginetta del ballo bionda. Devi solo pazientare e smetterla di uscire con quel tipo che passa la serata a chiederti il numero della tua amica reginetta del ballo bionda"
- che, fatti due conti, devono esserci un sacco di Mr Right in USA
- che Mr Right deve essere un po' come Mario Rossi in Italia: tutti ne parlano, ma nessuno ne conosce uno vero
- che una Social Media Strategist guadagna 125 mila dollari all'anno lavorando dalla spiaggia, in California
- che la sour cream ha più calorie dei fettucini Alfredo, ovunque

L'apertura del checkin mi ha colto fresca come una rosa e preparatissima sulle nuove tendenze del look autunno inverno. Pare che spopolerà il leopardato, in USA.